Mauro Marino sarà il nuovo segretario regionale del Partito Democratico piemontese con qualche settimana di ritardo rispetto ai suoi auspici.

Il senatore, passato sotto varie sigle del riformismo del centrosinistra, dai repubblicani ad Alleanza per Torino, alla Margherita, oggi Renziano, ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti, alle primarie Pd svoltasi ieri in Piemonte, ma non quella assoluta.

E per questo se la dovrà vedere con Paolo Furia, 31enne esponente della sinistra del partito che lo ha ben incalzato. Teoricamente i voti della cattodem Monica Canalis, giunta terza ed esclusa dal ballottaggio, potrebbero anche confluire sul giovane politico biellese, ma un ribaltone non sembra all’ordine del giorno.

Si deciderà, come spesso avviene, ad un tavolo ristretto dove Marino farà concessioni alle minoranze, dove offrirà qualche posto pregiato. Se saprà avvolgere tutto questo con il velo di una guida unitaria, Furia avrà già ottenuto parecchio.

Queste elezioni, dove l’elemento personale una volta ancora ha rilievo enorme, visto che sia Canalis che Marino si riconoscono nel candidato Maurizio Martina a livello nazionale, visto che l’esponente della sinistra Magda Negri ha appoggiato la consigliera comunale di Torino, a dispetto delle sue posizioni intransigenti sulla famiglia, dove l’exploit di Furia nelle circoscrizioni 2 e 5 di Torino sarebbe stato favorito dai fedelissimi di Andrea Stara, caduto in disgrazia dopo Rimborsopoli, dimostrano però a grandi linee la conferma del peso delle varie componenti, con la sinistra un po’ sotto il 40% del partito in Piemonte così come fu nella sfida del 2014 che vide Gariglio prevalere su Pentenero.

Ma a quattro anni fa, quando votarono 24mila persone, bisogna tornare anche per capire che cosa potrà avere in mano il nuovo segretario. Che, per dire che aria tira, alcuni, anche nel partito, vedono come segretario liquidatore.

Rispetto alle precedenti primarie, il voto si è dimezzato. Con 13mila votanti è stata evitata la catastrofe, indicata sotto la soglia dei diecimila, ma l’orlo del precipizio è sempre ben in vista.

Degli undicimila tesserati del 2017 in Piemonte avranno votato in poco meno di diecimila. E se i simpatizzanti che si sono recati ai seggi sono soltanto tre-quattro mila si può ben dire che attorno al partito non ci sia una gran simpatia.

Il secondo tema che val la pena di sottolineare sono le periferie. Ancora una volta i seggi si sono riempiti più in centro e a San Salvario a Torino, che nei quartieri popolari di cui tutti parlano in campagna elettorale, e prevalentemente solo in campagna elettorale.

Il legame con le persone che hanno più difficoltà nel tirare avanti è certo anche una questione di identità, ma tentare di ridurre le diseguaglianze ed essere un riferimento per i cittadini delle aree più difficili non è soltanto una questione ideologica o di radicamento a sinistra. È anche una questione fondamentale. È la questione elettorale.

Se un partito ha vocazione maggioritaria, come si usava dire, deve prendere lì i suoi voti. Negli anni passati, con le fabbriche che producevano e dove il termine quartiere operaio aveva un significato non equivoco, quando esistevano partiti più strutturati, la cinghia di trasmissione valeva anche in caso di politiche poco digeribili. Il voto con il naso turato non è esistito soltanto per la Democrazia Cristiana.

Ma oggi non è più così: nessuno si tura più il naso. Pochi votano per ragioni storiche, per tradizione familiare, per inerzia. Quei voti parlano. Anzi gridano per la verità. Fanno maggioranza. Nel fortino del centro si è condannati ad essere un partito di una sola cifra.

Terzo elemento, il Piemonte. Due terzi dei voti sono arrivati da Torino, un terzo dal Piemonte Due. Eppure il peso elettorale delle province è almeno pari a quello di Torino.

Senza la città, come aveva insegnato la ex presidente della provincia di Torino e poi della Regione Mercedes Bresso, non si vincono le elezioni regionali, ma con il vento che soffia da fuori Torino verso il centrodestra si rischia davvero tanto.

Sarà anche vero che Marino a differenza di Furia e Canalis saprà trattare con Sergio Chiamparino da pari a pari la compilazione del listino, vale a dire i dieci posti garantiti in consiglio regionale in caso di vittoria elettorale. Ma quella capacità in caso di sconfitta rimarrà alle cronache come un esercizio di ortografia.