«Si va avanti a schiena dritta». Le parole d’ordine di Paolo Gentiloni arrivano dritte al cuore dei militanti e dei simpatizzanti del Partito Democratico che riempiono l’area dibattiti di corso Grosseto 183, alla Festa de L’Unità di Torino e che non risparmiano applausi.

Sul palco l’ex premier, intervistato dal direttore del quotidiano La Stampa, Maurizio Molinari. Fa gli onori di casa il segretario metropolitano Mimmo Carretta, che ricorda l’ultima volta che lui e Gentiloni si sono incontrati: «Eravamo al Lingotto, esponevano le tante cose fatte. Qualcosa evidentemente non ha funzionato. Venire qui oggi vuol dire ricominciare da chi ci ha abbandonato e da chi si è se sentito tradito. Siamo qui per interrogarci sulla sconfitta e interrogarci sull’agenda dal futuro. Quel che si chiede ai leader nazionale è una unità che si concretizzi realmente. Il Pd deve uscire dalla secca in cui si è infilato.Vogliamo ripartire dalle nostre energie, dai nostri errori».

Da dove ricominciare? Gentiloni non ha dubbi: «La prima cosa da cui ripartire è la convinzione che ci si debba impegnare tutti per la tenuta del Partito Democratico. Non dico non debba essere cambiato, ma guai a noi se sottovalutassimo, in una situazione delicata come quella in cui siamo oggi, l’importanza del Pd. Non possiamo rinunciare a questo partito. Certo non basterà. Ci vorrà un’alleanza per l’alternativa. Abbiamo responsabilità enorme in questo momento. Dimostrare che il partito tiene».

«Insomma schiena dritta, ma teniamoci stretta la tenuta del Partito Democratico. È un’esigenza democratica dell’intero paese. Grazie a militanti che permettono ancora di organizzare momenti come questo».

La protezione delle fasce più deboli e il tema delle disuguaglianze: dal palco viene ricordato che Gentiloni è stato tra i pochi, insieme a il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ad affrontare queste questioni.

«Nei dieci anni che abbiamo alle spalle, dall’inizio della crisi, le disuguaglianze si sono accentuate , cosa che non era successo negli anni ’50. Oggi la ricchezza è concentrata in mani limitate. Abbiamo dimenticato il fondamento delle forze progressiste e cioè la lotta per la riduzione delle disuguaglianze. Dal 1 gennaio ad esempio lo strumento del reddito di inclusione, con una platea potenziale di due milioni di persone (circa la metà delle persone che si trovano in povertà nel nostro Paese) si è rivelato essere uno strumento fondamentale in questo senso. In sette mesi ha toccato un milione centocinquantamila persone. L’attuale governo potrebbe potenziare questo strumento se volesse, visto che il reddito di cittadinanza non ci sarà.

Dobbiamo essere onesti e dirci che abbiamo pagato l’ingenuità di aver pensato che l’aumento del Pil sarebbe bastato per curare le ferite della crisi. Dobbiamo ridurre le distanze tra chi ha di più e chi ha di meno. Tornare insomma ai fondamentali».

Sul tema migranti, in cosa ha sbagliato il Pd?

«In fatto di politiche per la sicurezza il mio governo ha affrontato in modo esemplare la questione migranti. Tutti riconoscono a Minniti, all’intelligence italiana di aver trasformato quello che era un fenomeno fuori controllo in un fenomeno che si è ridotto».

«Abbiamo creato la premessa cioè trasformare l’immigrazione non di eliminarla. Non occorrono prove di forza su poveri esseri umani su una nave. Occorrono corridoi umanitari. L’Italia da paese di transito, nel 2015 è diventato Paese di destinazione. Non siamo ancora sufficientemente attrezzati per una battaglia culturale su questo tema. I partiti anti immigrati sono più forti nei posti in cui gli immigrati sono pochissimi o non ci sono. L’unico posto in cui Orban in Ungheria ha difficoltà è Budapest, l’unico posto in cui vivono migranti. La spinta sovranista in Germania è più forte negli ex land in cui la presenza di immigrati è scarsa. Cosa vuol dire? Che abbiamo a che fare con un tema culturale che attiene all’identità. Immigrati come gente che sconvolge le abitudini. Dobbiamo modificare questa percezione. Suscitare paure è cosa ignobile. Dobbiamo essere pronti ad una sfida culturale senza rinunciare ai nostri valori».

Tema immigrazione chiama il tema della Libia. Scelta fu quella di sostenere governo libico per garantire fronte interessi su tema immigrazione energie. Abbiamo scelto alleato sbagliato?

«La situazione libica è estremamente fragile e instabile. Mai detto missione compiuta. Sapevo che stavamo giocando in equilibrio, su un filo. Due suggerimenti al governo attuale sulla politica estera li voglio dare. Il primo è non sottovalutare la collaborazione con gli Stati Uniti . Il contesto libico è cambiato a nostro favore oggi, con un governo di accordo internazionale grazie anche al fatto che ad un certo punto gli Stati Uniti si sono messi finalmente in gioco. Senza gli americani è difficile che l’Italia possa avere un ruolo cruciale in Libia. Altro consiglio: eviterei anche di descrivere il presidente francese come un matto che beve champagne. I rapporti tra Stati si costruiscono usando linguaggi diversi e non pungolando in modo provocatorio in cerca di guai. A Macron va riconosciuto il risultato straordinario delle elezioni. Si compete cooperando e collaborando. Usando linguaggio adulto e diplomatico. Diplomazia non è social network».

Europa. Nel 2019 ci saranno le europee. Che tipo di campagna sarà e cosa c’è in gioco?

«La posta in gioco sarà il destino d’Europa. Il punto è che ci sono alcune forze che mettono in discussione i fondamenti del governo europeo. Tra questi il primo ad essere attaccato è il collegamento tra democrazia e libertà (autonomia magistratura, stato di diritto, libertà di stampa). Secondo: lo stato sociale, il welfare. Europa in cui servizi sono accessibili e gratuiti. Terzo, il fattore Europa come fattore comune di dialogo, di pace. Questi i fattori a rischio alle prossime europee. Dobbiamo batterci per rendere più forte l’europa e non per difendere lo status quo dell’Europa. Questa sarà la battaglia del Pd. “Pane, pace, lavoro e libertà erano parole chiave del partito comunista. Oggi sono tornati ad essere fattori a rischio. La contemporaneità ci sbatte in faccia valori che pensavamo fossero acquisiti e non è cosi! Occhi aperti perché la situazione è delicata».

Se questo è lo scenario, Renzi è parte della soluzione o del problema?

«Credo faccia parte della soluzione. Ne abbiamo fatte di tutti i colori. Abbiamo ostinatamente litigato su tutto. Ora abbiamo bisogno di un congresso che non escluda nessuno che non parli delle dinamiche interne al Pd e di un assetto di combattimento. Occorre recuperare disciplina e unità. Il Pd oggi ha bisogno di ritrovare serietà e credibilità. Dobbiamo essere diversi nello stile politico e di governo senza scimmiottare gli altri. Dobbiamo essere alternativa non solo nelle idee ma anche nei modi».

Nel 2019 elezioni anche in Piemonte, potrebbe correre di nuovo Chiamparino cosa ne pensa?

«Rispondo citando Mazzone “magara” Un grande sindaco: ricordo la Festa a Torino per il lancio della Cinquecento sulla Dora, Torino sembrava l’estate romana. Per non parlare di quanto sia cambiata durante le Olimpiadi. Ottimo presidente di Regione se non altro glielo dobbiamo chiedere di pensare ad un secondo mandato».

Ci racconta qualcosa di inedito della sua esperienza di governo. Qualcosa che nessuno sa..

«Cito una questione di cui abbiamo parlato, la Libia, la politica estera. Il lavoro della diplomazia e dell’accanimento di chi fa diplomazia non dobbiamo sottovalutarlo. Ricordo il modo in cui i capi della diplomazia russa e americana ottennero un cessate il fuoco in Siria. Esperienza interessante. Siamo alla conferenza unificata, si chiudono le porte, si annuncia che ci sarà una pausa biologica ogni 5 ore finché non si raggiungerà accordo sul cessate il fuoco. Durante la prima pausa, ho dato contributo per sbloccare una situazione, per abbreviare tempi. Tutto ciò per dire che sono affezionato a mondo multilaterale. Attorno ad un tavolo si può trovare una soluzione. Ogni paese ha la una sua piccola nostalgia imperiale . Un mito da ricordare. Se corriamo dietro la coltivazione di questi miti torniamo nell’Europa dei sonnambuli. Cacciamo il mostro sovranista e nazionalista. I Tavoli diplomatici servono anche a questo», conclude Paolo Gentiloni.