Matteo Renzi ha vinto le primarie del Pd. O meglio, ha stravinto le primarie del Pd. E, come tutte le vittorie schiaccianti, sono destinate a modificare il profilo e la natura di quel partito. E anche questa volta il quasi 70% ottenuto dal Sindaco di Firenze non può non avere conseguenze sulla vita interna e sullo stesso profilo politico del partito.

Senza mettere in discussione il risultato ottenuto da Cuperlo e Civati, è indubbio che il Pd del dopo 8 dicembre non sarà più il Pd che abbiamo conosciuto sino ad oggi. E questo per una ragione molto semplice. Quando quasi 3 milioni di persone ti dicono in una domenica che affidano le “sorti” di quel partito ad una sola persona e al suo messaggio politico, è indubbio che quel partito diventa un soggetto “plebiscitario”. E questo perché il nuovo leader ha avuto, appunto, un consenso di natura plebiscitaria. Non si tratta di evocare scenari apocalittici e virtuali. Ma è indubbio che di fronte a questo consenso il Pd sarà un’altra cosa rispetto a quello che abbiamo conosciuto sino ad oggi. Non perché si è modificato lo Statuto o i vari regolamenti congressuali. Ma per la semplice ragione che la richiesta è partita dai cittadini elettori del partito e da tutti coloro che auspicano un profondo cambiamento nella vita interna del partito e nel progetto politico che il Pd dovrà avanzare agli altri partiti. A cominciare, soprattutto, dallo stimolo nei confronti del governo Letta.

E il punto vero di questa trasformazione del partito è che in un soggetto politico di natura “plebiscitaria” il ruolo della minoranza o dell’opposizione è del tutto inutile se non irrilevante. E questo non lo dico perché voglio paragonare forzatamente il Pd ad altri partiti italiani dove la democrazia interna è quasi un optional se non un inciampo. Ma per la semplice ragione che la stragrande maggioranza dei cittadini elettori del Pd ha espresso quella convinzione. Pur senza manifestarlo con articoli o saggi politologici ma solo attraverso il voto libero ai gazebi delle primarie. Certo, è ovvio che il dissenso esiste e che quel dissenso possa ancora organizzarsi in opposizione o in una minoranza più o meno agguerrita all’interno del partito. Ma in un partito “plurale” come è stato il Pd sin dalla segretaria Veltroni, la minoranza o l’opposizione alla linea espressa dal segretario era un fatto quasi fisiologico e anche necessario. Dopo il risultato di queste primarie e la sostanziale trasformazione della natura del partito, esercitare la minoranza o l’opposizione alla figura del leader investito plebiscitariamente dal corpo elettorale  è un compito del tutto marginale se non controproducente rispetto ai fini dell’elaborazione politica e progettuale del partito. Nessun confronto, del resto, si può fare con i partiti del novecento – penso in particolare ad un altro grande partito popolare, di massa e  fortemente plurale al suo interno come la Dc – dove la proposta del gruppo dirigente emergeva unicamente dal confronto interno e da una elaborazione politica collegiale e complessiva.

Ora lo scenario è radicalmente mutato e la stessa investitura del leader ha assunto caratteri profondamente diversi anche rispetto ad un recente passato. Chi resta nel Pd, credo, ha il compito di collaborare con il nuovo leader affinché la linea politica del Pd sia il frutto non di contrapposizioni ma di una profonda unità interna. Lo impone non il desiderio di un singolo o la volontà di un gruppo ma il semplice rispetto di ciò che hanno espresso ai gazebi centinaia di migliaia di uomini e donne che si sono recati al voto per la scelta del segretario nazionale del Pd.

Il Pd, del resto, ha cambiato natura e profilo in pochi mesi. È bene prenderne atto lasciandoci alle spalle ciò che il Pd era nel passato. Il voto dell’8 dicembre, e ciò che lo ha preceduto nei dibattiti e nella base in questi ultimi mesi, va in un’altra direzione. E noi abbiamo il dovere di assecondarlo. Con intelligenza ed equilibrio.

© RIPRODUZIONE RISERVATA