di Andrea Doi

Trascorreva apparentemente tranquilla la vita per Barca. Panettiere nel quartiere Parella, non proprio vicino alla zona precollinare. A via Sommacampagna, dove abitava il procuratore Bruno Caccia. Dove, 14 colpi di revolver una sera di 32 anni fa lo uccisero. Ed è ancora è più lontana la sua villa, a Torrazza Piemonte, nel Torinese, dove nel giardino ci sarebbe una statua a grandezza naturale di un gangster, simile al Padrino di Martin Scorsese. Schirripa, che nella vita faceva il panettiere in piazza Campanella, nel quartiere Parella a Torino, era conosciuto per le sue frequentazioni non limpide sia nel paese in cui abita, sia nella zona in cui lavorava: nessuno si è stupito per il suo arresto, l’ultimo di una lunga serie, anche se questa volta l’accusa è di omicidio
Barca è il soprannome di Rocco Schirripa. Uno dei presunti killer del magistrato. L’uomo finito oggi in manette per un reato che come, un amico gli diceva pochi mesi fa in una intercettazione, «non si prescrive mai». Ma quale è stata la vita di Schirripa in questi tre decenni? Di quali protezioni a goduto il presunto assassino di Caccia?

Si era parlato di servizi segreti o come si diceva in quegli anni da notte della Repubblica servizi deviati. La mano che uccise Caccia, ormai è appurato, fu quella delle ‘ndrine calabresi che nulla avevano a che vedere con il terrorismo rosso o nero, come invece gli inquirenti ipotizzarono all’indomani del 26 giugno 1983.

Secondo quanto ci raccontano le indagini di oggi, Rocco Schirripa, non è uno sprovveduto. Gode, spiega il giudice delle indagini preliminari Stefania Pepe, di contatti all’estero, in Spagna. C’era il pericolo di fuga, dunque, da qui l’ordinanza di custodia cautelare in carcere.
La vita di Barca non era più tranquilla, da settembre dormiva male come racconta sempre al telefono all’amico Placido Barresi, cognato di quel Domenico Belfiore, arrestato nel 1993, perché mandante dell’omicidio Caccia. Quel maledetto articolo con dietro la frase “se parlo andate tutti alle Vallette”. E poi i nomi degli esecutori e dei mandanti. Una falsa lettera che però ha convinto Barca che qualcuno era pronto a infamare. Un pentito, che prima di rivolgersi agli inquirenti, avvertiva i presunti diretti interessati. Una maledetta lettera, una trappola perfetta architettata dalla Procura. Ma questo Schirripa non lo sapeva. Si sarà scervellato a capire chi stava rompendo uno dei fondamenti della ndrangheta, che visti i rapporti di parentela che caratterizzano gli affiliati, vedono il pentitismo come una eccezione. E’ agitato e cerca rassicurazioni proprio utilizzando il cellulare, messo sotto controllo grazie a dei virus di ultima generazione. Il suo smartphone era diventato l’orecchio con cui gli investigatori ascoltavano tutta la sua vita, ora inquieta.

Non lo rassicura la risata di Barresi quando gli dice “Ti sei fatto trenta anni tranquillo, ora fattene altri trenta”. Però anche gli interlocutori iniziano a capire che quelle di Barca non sono solo paranoie “è a protezione tua che ci stiamo preoccupando”. Come dire che quella lettera ha rotto certi equilibri non solo della vita del panettiere ma di altri che ora temono che i fantasmi del passato possano tornare negando loro la libertà.

Indagini riaperte, quelle sull’omicidio Caccia, dopo che l’avvocato Fabio Repici aveva parlato di una memoria di verità alternativa a quella che portò alla sentenza definitiva di condanna di Domenico Berlfiore. Quella versione ‘alternativa’, come detto, avrebbe visto ‘ndrangheta e servizi agire insieme per assassinare il procuratore. Ma l’ipotesi, mentre Schirripa viene trasferito da Torino a Milano, per essere sentito dai magistrati, è già stata respinta dal pubblico ministero Marcello Tatangelo: “La prospettata ricostruzione alternativa dell’omicidio Caccia si ritiene priva della benché minima consistenza probatoria” scrive il pm nell’ordinanza di custodia cautelare. Eppure viene difficile pensare che Rocco “Barca” Schirripa dopo aver premuto il grilletto si sia cambiato gli abiti da perfetto killer a quelli di persona normale senza protezione. Quelle che gli hanno permesso di vivere tranquillamente.

Non saranno stati i servizi segreti, deviati o meno, ma qualcuno, se la teoria degli inquirenti venisse confermata, ha aiutato Rocco Schirripa. E’ forse per questo che non possiamo dire che il caso dell’omicidio di Bruno Caccia è finalmente chiuso.