È stata fissata per il prossimo 11 settembre, davanti al gip di Milano Stefania Pepe, l’udienza per discutere la richiesta dei familiari del procuratore di Torino Bruno Caccia di non archiviare un filone dell’inchiesta sull’assassinio avvenuto il 26 giugno del 1983.

La cosiddetta pista investigativa alternativa: per la Procura di Milano infatti sarebbe da archiviare. Una pista secondo la quale mafia e servizi segreti avrebbero avuto un ruolo nell’assassinio del procuratore. Per i familiari di Bruno Caccia e per la denuncia che hanno presentato nel 2014 il magistrato venne ucciso perché stava indagando sul riciclaggio di denaro sporco al Casinò di Saint Vincent. Questa inchiesta aveva coinvolto l’avvocato milanese Rosario Pio Cattafi, simpatizzante dell’estrema destra in gioventù, accusato di associazione mafiosa e considerato da alcuni pentiti di Cosa Nostra (vicino al clan di Nitto Santapaola) l’uomo di collegamento tra mafia, servizi, massoneria e politica.

Ma il pubblico ministero Marcello Tatangelo ha chiesto nei mesi scorsi l’archiviazione, a cui si sono opposti, come detto, i familiari di Bruno Caccia, rappresentati dall’avvocato Fabio Repici.

Per l’omicidio Caccia è stato condannato in primo grado all’ergastolo, nel luglio 2017, Rocco Schirripa, 63 anni, panettiere calabrese nato a Gioiosa Ionica come uno dei due esecutori materiali del delitto che quella sera spararono quattordici colpi contro il procuratore sotto casa sua, finendolo con altri tre. Il boss della ‘ndrangheta Domenico Belfiore invece era già stato condannato in via definitiva in quanto mandante.

Non solo. La Procura di Milano ha anche iscritto nel registro degli indagati Francesco D’Onofrio, ex militante di Prima Linea, dopo che un pentito aveva fatto il suo nome. Ma anche per filone il pm Paola Biondolillo ha chiesto l’archiviazione.