È giugno, il mese del Pride di Torino e non posso non pensare alla primissima serie TV che ho guardato quando ho fatto l’abbonamento a Netflix : Orange Is The New Black.
Tratta dal romanzo autobiografico Orange Is The New Black: My Year in a Woman’s Prison di Piper Kerman, OITNB racconta la storia di Piper Chapman, bionda newyorkese con una vita tranquilla.

Fino a quando non viene condannata a scontare quindici mesi di detenzione in un carcere federale per riciclaggio di denaro.

Tra le mura di Litchfield troviamo tutto quello che sappiamo (o che pensiamo di sapere) sulle prigioni, sia come folk psychology (quella di chi pensa che “si, perché tanto sono anche io un po’ psicologo) e sia come psicologia sociale (quella vera, la psicologia vera. Quella che si occupa di noi nelle nostre interazioni con l’umanità).

Ci sono i tatuaggi, ci sono le ispaniche che odiano quelle di colore, ci sono le nazi e ci sono le pacifiste.
C’è l’esperimento carcerario di Stanford di Zimbardo : le guardie che indossano la divisa e si sentono onnipotenti e umiliano in ogni modo le detenute, perché il ruolo che loro ricoprono in quel momento li autorizza a farlo. Come se il responsabile fosse la divisa, non l’uomo he la indossa. Come se a essere umiliato e vessato non sia il detenuto, ma la tuta arancione.

Solo che l’esperimento di Zimbardo è stato interrotto perché stava assumendo una piega troppo violenta, quello che accade nelle carceri reali è reiterato. Giorno dopo giorno, anno dopo anno. E qui potremmo fare una dissertazione di mesi sul ruolo degli psicologi (quelli veri, eh. Non i folk) nelle carceri nel lavoro con la polizia penitenziaria e con i detenuti.

Piccola parentesi… in questi giorni ci siamo riscoperti tutti costituzionalisti (abbiamo dato tregua al CT della Nazionale). Vorrei ricordare che l’articolo 27 ci ricorda che la pena deve tendere alla rieducazione, quindi magari potremmo servire un pochino di più in ambito penitenziario. Magari, eh.
Ma questa è opinione mia e potrei sbagliarmi.

Ma comunque questo è un discordo diverso, ne parleremo in un’altra sede. Con un’altra serie. Forse.
Tornando a OITNB, ci sono però anche guardie che si innamorano delle detenute (ci fanno anche figli rendendosi però conto troppo tardi che non sono in grado di gestire la situazione) in una sorta di Sindrome di Stoccolma al contrario (che per correttezza vi informo esiste e si chiama Sindrome di Lima) salvo poi scomparire nel nulla, scappando con la loro gamba finta lontano dalle responsabilità. Lasciando lei in carcere e la bambina persa nei meandri del sistema.

E poi ci sono loro, le detenute. Che sono donne con un passato con un presente e (non tutte) con un futuro. Ci sono donne che sono in galera per motivi più che legittimi: omicidio, riciclaggio di denaro, prostituzione e via discorrendo. Sono donne immerse nel contesto più alienante e abbruttente che la società moderna abbia inventato (dopo i manicomi) che si trovano a fare i conti con le loro pene da scontare, ma anche e soprattutto con il desiderio e la necessità di rimanere loro stesse nella loro unicità nella loro peculiarità e nella loro femminilità. Ma il desiderio e la necessità di non perdere insieme alla libertà anche se stesse si scontra inevitabilmente con qualcosa di decisamente più grande di loro. Si trovano a fare i conti con un mondo che le ha messe ai margini della società, che le ha isolate. E per quanto loro sia alleino, si coalizzino e tentino anche una rivoluzione sono isolate non solo dalla società. Ma anche da solo stesse.

Rischiano ogni giorno di perdere dei pezzi importanti di tutto quello che le ha sempre caratterizzate nella loro unicità, in quella unicità che elemento fondamentale della soggettività di ognuno di noi.
E allora la detenuta transessuale non solo sarà picchiata perché prima era un uomo e allora dovrebbe stare con gli uomini e non con le donne , ma si vedrà anche ridotto fino a quasi annullato il suo dosaggio ormonale. Con il dolore fisico e psicologico che comporta.

E poi c’è lei, Piper, che a Litchfield scopre una nuova Piper. O meglio. C’è Piper che a Litchfield scopre che fino a quel momento è stata la Piper che la società le diceva che doveva essere. La Piper sempre in ordine, lavoratrice, rappresentante dell’alta borhesia newyorkese e innamorata del suo fidanzato.
Perché Piper nel suo “soggiorno” non incontra solo la russa rossa o crazy eyes, ma anche Alex Vause. La donna che Piper un tempo ha amato e che a lungo (ma neanche troppo) negherà di amare ancora.

Piper non è un personaggio che ho amato particolarmente, anzi. La trovo fastidiosa, noiosa. A tratti irritante. Questo suo continuo io vorrei non vorrei ma se vuoi… Santo cielo, Chapman!! Deciditi!! Ami Alex? Si, lo abbiamo capito tutti prima ancora di te. Allora molla. Smetti di far cadere sempre tutto dall’alto e sta con sta cazzo di Alex che è oggettivamente una mega gnocca.
Ma quando ho ripensato a OITNB mi è venuto in mente il mito della caverna di Platone.

Piper è stata per tanto tempo lo schiavo nella caverna, la donna newyorkese sempre perfetta. Fino a che è entrata in prigione. E mentre lo schiavo vede la realtà quando esce dalla caverna e vede la luce, Piper la vede quando la luce la vedrà solo nell’ora d’aria con la sua tuta arancio addosso.
Così l’ho rivalutata. Quando ho avvertito la sofferenza che si nasconde dietro la consapevolezza che “finora sono stata quello che voi avete voluto che io fossi, non quella che io sono davvero”.
Nella mia testa si sono accavallate idee pensieri, teorie, immagini, racconti. Tutti cancellata dalla domanda più semplice del mondo : perché?

Perché lasciamo che sia la nostra società a decidere chi siamo? Perché non possiamo essere chi vogliamo?
Io non lo so perché, scusate. Non lo so. Non riesco a capirlo. Vorrei, ma non riesco a capirlo.
E non voglio neanche ammorbarvi con le cose sentite e risentite (posto che dovete continuare a sentirle e a ripeterle, a voi e agli altri. Soprattutto in tempi come questi.)

Ma posso provare a raccontarvi cosa mi ha colpita. A me colpisce come, in OITNB, si siano invertiti i campi. La prigione è il posto dove Piper è libera di amare chi vuole e come vuole (e ogni volte che vuole), mentre quando era libera era prigioniera di convenzioni e stereopiti.
Quella di Piper è una storia romanzata, certo, ma la sua base è una storia vera.
Come sono vere un sacco di altre storie. E sono sicura che ognuno di noi può cambiare i nomi, cambiare le storie e le location. Ma il concetto rimane. Ancora oggi in troppi sono legati, dolorosamente legati, all’immagine prototipica che qualcuno ha costruito per loro. Ma non in una lettura pirandelliana memoria per cui ognuno di noi è uno, nessuno e centomila. No. Ma siamo alla ricerca costante di riflettere nel miglior modo possibile l’immagine ideale di amico, figlio, amante, genitore, marito/moglie, compagno etc che gli altri hanno di noi.

Sarebbe così bello se tutti potessimo liberarci delle catene come lo schiavo di Platone e uscire e vedere la luce che altro non è che l’immagine di chi noi siamo, non di chi noi dobbiamo essere.
Proviamo a essere tutti un po’ come Piper (senza la parte del riciclaggio di denaro o altre azioni illegali, ovviamente) e cerchiamo la dimensione dove possiamo essere noi stessi. Ma non una dimensione alienante come il carcere. Ma nella quotidianità di ogni gesto, di ogni lavoro, di ogni relazione. E se siamo così presuntuosi e sicuri di non averne bisogno perché noi siamo già perfetti così, lottiamo ogni giorno perché tutti possano essere i figli, gli amanti e i genitori che vogliono essere. Con chi vogliono essere.

Tanto vi svelo un segreto, la perfezione non esiste e neanche la felicità. Ma esiste la verosimiglianza. E ognuno di noi ha il sacrosanto diritto di essere verosimilmente felice e perfetto nella misura in cui ritiene e con chi ritiene.

Cioè detto, siate chi volete essere. Chi sentite di essere. Una sola cosa: se prendete i mezzi pubblici, vi prego lavatevi.
Buon Pride a tutti.