Sono passati undici anni dalla tragedia Thyssen.
Se oggi Antonio, il mio fraterno amico Tony ragno, fosse ancora con me staremmo chiacchierando dei nostri figli. Di quanto Giulia è diventata grande e ormai è una piccola donna. Di Giada, la piccolina di casa prima che arrivasse Michele, L’ultimo di casa, che oggi porta anche il nome di suo papà.
Rocco sarebbe in pensione già da tempo, in giro per il mondo con la sua dolce Rosetta.
Rosario, Giuseppe e Bruno avrebbero trentasette anni ciascuno. Avrebbero magari messo su famiglia, ma sicuramente sarebbero ancora orgogliosi della loro bellezza e di quanto facevano girare la testa alle ragazze.
Angelo, il mio vecchio compare di avventure lavorative anche precedenti, sarebbe in procinto di finire il suo percorso lavorativo e magari davanti alla decisione su come riposarsi dopo tanti anni di duro lavoro
Roberto, probabilmente, vivrebbe le sue passioni comuni con i suoi ragazzi, partite di calcio e formula 1.
Sono passati undici anni.
La Juve ha vinto tanti scudetti, sai che orgoglio per i ragazzi. La Ferrari non è più quella fantastica di Schumacher, ma chissenefrega tanto a noi interessava solo vedere i sorpassi in curva e che vincesse il più veloce, il più ardito, il più coraggioso.
Sono passati undici anni, Torino è tanto cambiata, la metamorfosi di quella che ormai è solo una ex città industriale.
Le fabbriche che hanno ospitato qualcuno dei nostri ex colleghi sono in crisi, si palleggiano tra cassa integrazione, solidarietà, mobilità e una addirittura ha chiuso.
Dopo questi anni in cui sono accadute moltissime cose dal punto di vista processuale, mi sono fermato un po’ di tempo con il mio vecchio albero.
La Thyssen ha riaperto il bunker in cui si era chiusa.
Ho provato un brivido profondo nel vedere un ammasso di foglie, un albero abbattuto da una tempesta precedente, tanta immondizia ed un inquietante, pauroso senso di abbandono.
Quel l’albero, quel luogo che doveva contribuire a non dimenticare è stato dimenticato, inghiottito dal tempo.
L’albero che doveva essere un simbolo, oggi simboleggia il degrado di quel luogo. L’ennesima beffa, l’ennesima amnesia.
Quando accade un infortunio sul lavoro le parole che normalmente accompagnano quell’evento sono “vergogna”, “indignazione “, “scandalo”.
Belle parole di cordoglio che rischiano però di rimanere soltanto parole, frutto della retorica di un Paese distratto che accende la propria attenzione solo in occasione di grandi tragedie, inerte e quasi arrendevole davanti alle morti di singoli lavoratori, quasi derubricati ad un costo di impresa da pagare se in Italia vuoi fare business.
Tante sono le cose che mi vengono in mente di quella notte.
Dai fogli trovati nella valigetta dell’amministratore delegato in cui si parlava di eroi in TV e che il sottoscritto doveva in qualche modo essere fermato. Le allusioni su Torino culla delle Br e dei sindacati comunisti.
Quanti schiaffi ha preso la mia città.
I tentativi di far saltare il processo e l’affronto più grande, quello di colleghi con cui avevamo mangiato insieme centinaia di volte, giocato a pallone, andati a ballare, istruiti per raccontare una storia diversa da quella che abbiamo vissuto. Istruiti davanti ad una cena in una bocciofila, con domande e risposte pre-confezionate che hanno ucciso ancora una volta Antonio, Angelo, Bruno, Rocco, Roberto, Rosario e Giuseppe, e un pochino anche me, con le loro fantasie di uno stabilimento perfetto, quasi tedesco verrebbe da dire.
La vita alla Thyssen era altra cosa, una volta. Eravamo una famiglia. Ci si supportava come fratelli, i più grandi che davano consigli ai più piccoli, perché in una famiglia è così che si fa.
Quella notte feci il mio ultimo regalo a Giuseppe. Gli comunicai che gli era stato finalmente firmato il contratto a tempo indeterminato. Era felice, felicissimo. Telefonò a sua mamma e già organizzava la pizzata in fabbrica per festeggiare.
Quel contratto si tramutò in un contratto a tempo determinato, tanto, troppo determinato …
Mi viene spesso chiesto cosa ricordo.
Ricordo tutto, voglio ricordare tutto, non posso dimenticare.
Gli odori, quell’odore indescrivibile della vita che va via, che ti viene strappata.
E poi le urla. Il grido disperato di Antonio che voleva fuggire, scappare via, bloccato dietro la linea. Se chiudo gli occhi quelle urla dilaniano la mia mente, il mio cuore.
L’urlo di Giuseppe : “non voglio morire “.
A 26 anni dovresti programmare la tua vita, sognare e avere l’opportunità di realizzare i tuoi sogni, altro che supplicare di non morire.
Quelle urla hanno accompagnato i miei anni. Ci siamo trovati tante volte insieme. Riabbracciati nei miei sogni e a volte anche nelle somiglianze di tanti ragazzi che ho incontrato.
Mi sono posto tante domande.
Perché io sono vivo e loro no.
Domande che legittimamente si sono poste le mamme.
Mio figlio aveva 26 anni perché non c’è più e tu si.
Non ho risposte. Non le ho mai trovate, il fato, il caso, un miracolo non sono la risposta.
Morire in una fabbrica morta.
In questi giorni il paradosso si è mostrato ancora più potente nella sua assurdità.
Qualcuno si è chiesto se c’è qualcosa di eroico nel provare a salvare il tuo stabilimento, la tua linea, il tuo lavoro.
Erano eroi, certo. Ma soprattutto erano ragazzi, uomini che amavano la vita e a cui la vita doveva ancora molto.
Una vita strappata via, rapita, rubata, sacrificata agli interessi, alle priorità di chi non ha messo al centro la salute e la sicurezza dei propri lavoratori.
Quelle urla rappresentano quell’ingiustizia e quelle urla rimarranno non solo nel mio cuore ma dovranno essere il monito perché altre mamme non debbano piangere i loro figli.
Ciao fratelli miei, Angelo, Antonio, Bruno, Giuseppe, Roberto, Rocco, Rosario.