Ad ogni sconfitta della propria squadra del cuore, ma ancor di più della nostra Nazionale Italiana di calcio dove oltre ai sistemi di gioco, tattiche, letture della partita e contromosse strategiche si devono fare i conti con la selezione dei migliori giocatori italiani, si scatena la gara alla candidatura per la panchina al posto del malcapitato allenatore di turno o nientepopodimeno che del Commissario Tecnico.

Ed è così che l’italiano medio si ritrova a ragionare su valutazioni, moduli, posizioni, sciorinando competenze da “università della vita” e millantando esperienze che al massimo ha maturato alla Play Station.

Sul campo dietro casa, in calzoncini, calzettoni e maglietta talvolta di una o due taglie più grandi, rincorre il pallone un bambino. Gioca spensierato. Gioca. Già, gioca e si diverte. Rincorre quel pallone, lo passa ai suoi compagni, tenta un dribbling goffo e con la punta del piede calcia sperando di veder rotolare quel pallone nella porta avversaria.

Quel bambino ha un sogno: diventare come il suo idolo, quello che vede in televisione, quello che quando lo vede gli provoca subito il sorriso, quello che quando fa gol gli fa scoppiare l’urlo di gioia e di cui imita alla perfezione la sua esultanza. Quel bambino gioca e sogna.

Quel bambino sa che fuori dalla rete, su quella tribuna, c’è suo papà, la mamma, il nonno, lo zio: i suoi tifosi numeri uno. Spesso si gira per guardarli, li cerca con lo sguardo, e trovandoli spera in un loro cenno di approvazione per quel passaggio filtrante o quel recupero sull’avversario.

Ma sabato ad un bambino è scesa più di una lacrima. E non è scesa perché ha sbagliato un passaggio o un gol. Ha corso verso il suo allenatore e piangendo gli ha detto di non voler più giocare. Quel bambino infatti era stato per tutto il tempo richiamato, diretto e rimproverato dai suoi tifosi numeri uno.

Ed è proprio qui che finisce la risata spontanea che abbiamo come reazione quando cimentandosi nel ruolo di CT, l’italiano medio si lascia andare a commenti sulla Nazionale. Inizia quindi la riflessione su quanto sia compromettente quello stesso commento fatto al campo durante la partita dei propri figli.

E ancor di più quanto sia controproducente improvvisarsi tecnici impartendo indicazioni, urlando rimproveri o esternando palesemente la delusione per un passaggio sbagliato o un gol mancato. Quel bambino non vuole un allenatore in tribuna. Non rivolge il proprio sguardo per trovare un tecnico che gli rilevi gli errori, tantomeno vorrebbe scorgere volti delusi nei suoi tifosi numeri uno.

È urgente una ri-educazione al ruolo che ogni adulto ha nella vita dei bambini perché questi possano distinguere i propri punti di riferimento, possano orientarsi con sicurezza e trovino affianco le guide giuste che per competenze sappiano essere educatori, allenatori, insegnanti e genitori.