Quando al mattino, dopo l’ennesima notte di coprifuoco durante la seconda guerra mondiale, apparvero sui muri di alcuni stabilimenti industriali di Torino graffiti che inneggiavano a Lenin e a Stalin, uno dei responsabili del Partito comunista clandestino sbottò in dialetto: balengu!, stupido. Attivò una cellula di fabbrica e rampognò i compagni operai: “Non serve a nulla scrivere ed esaltare quei due – disse – è come feje la barba a n’euv, fare la barba ad un uovo, sono cose note. Piuttosto scrivete “abbasso la guerra”, “vogliamo la pace”. L’aneddoto, più che verosimile per quei tempi, mi è ritornato alla mente guardando le foto scattate e pubblicate da Nuova Società in piazzale Valdo Fusi di quel murales con Matteo Salvini a testa in giù, chiaro richiamo alla necrofila esibizione del cadavere di Benito Mussolini in piazzale Loreto a Milano, dopo la Liberazione.

Cui prodest? In primo luogo giova a Salvini che, giustamente, riceve la solidarietà di amici e avversari. L’evocare mattanze messicane è un chiaro sintomo di impotenza, figlio dell’infantilismo politico che esalta l’odio, diseducativo per chi è ancora attratto dalla politica. Il “murales” più incisivo, al netto del bombardamento mediatico che quotidianamente devono subire gli italiani, lo ha metaforicamente realizzato chi monitora la situazione industriale del Piemonte.

Oggi il gruppo di Confindustria Piemonte, Intesa Sanpaolo, UniCredit e Unioncamere Piemonte ha presentato la sua 187esima rilevazione della produzione industriale che si riferisce al trimestre aprile-giugno 2018. L’esame ha confermato un incremento dell’1,8 per cento rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente, inferiore comunque alla crescita registrata negli ultimi due anni. L’industria rallenta. Allora, non sarebbe meglio invitare Salvini e Di Maio a “Meno chiacchiere e più posti di lavoro”?