di Lorenzo Carrieri

Di qui ad un anno gli americani saranno chiamati ad eleggere il nuovo Presidente degli Stati Uniti.
I sondaggi parlano chiaro: nel campo democratico il candidato sarà (molto presumibilmente) l‘ex segretario di Stato Hillary Clinton, mentre in quello repubblicano la lotta sembra essere tra l’eccentrico multimilionario Trump e il chirurgo Ben Carson.
L’eredità di 8 anni di Obama è forse troppo presto per tracciarla, dato che manca ancora più di un anno alla fine della sua presidenza (le elezioni si tengono infatti a novembre 2016, ma il nuovo Presidente entra in carica da gennaio 2017).
Quel che è certo, però, è che la presidenza di un primo afroamericano nella storia degli States ha segnato in profondità l’America, e la stessa immagine della superpotenza nel mondo.
Se a livello interno qualcosa di buono sembra essergli riuscito-diminuzione del tasso di disoccupazione, aumento dei consumi (anche se molti sollevano dubbi sulla raccolta dei dati)- è a livello di politica estera che la presidenza Obama si trovava ad affrontare le maggiori difficoltà.
Molti lo criticavano inizialmente per essere poco avvezzo alla high politics: poca esperienza per quel che riguarda sicurezza internazionale, diplomazia, guerra e poco appeal per i think tank di Washington.
Insomma Obama sembrava lontano dall’essere quel Commander-in-Chief che avrebbe dovuto guidare gli States fuori dal pantano di 8 anni di Bush II.
Ma l’America aveva voglia di cambiamento (la stessa America era cambiata), e l’immaginario obamiano del Yes We Can è riuscito a fare breccia tra gli elettori americani.

Quale politica estera

Da destra le critiche sono state soprattutto relative al suo isolazionismo.
Secondo molti analisti conservatori Obama ha seguito, come path di politica estera, un preciso disegno volto a disimpegnare la maggior parte delle forze americane dai teatri di guerra/conflitto. Obama e l’amministrazione democratica hanno scelto, sempre a detta di questi critici, il self-restraint: meno impegno militare, dunque meno forze sul campo, più lavoro di intelligence e reciprocità con gli alleati di sempre.
Mettendo a rischio, a detta di questi ultimi, la sicurezza degli interessi americani nel mondo.
Da sinistra, invece, il primo presidente afroamericano è stato accusato di aver tradito le promesse elettorali, e di aver adottato una politica estera che non si è discostata molto da quella del suo predecessore.
Guardiamo innanzitutto al commitment americano a livello globale pre e post-Obama (con annessi alcuni dati empirici).

Presidenza Bush II, fino al 2008:

-un Iraq in preda alla guerra civile (con truppe a stelle e strisce sul campo),
-un Afghanistan con governo Karzai, ma dilaniato da scontri tra varie fazioni, con i talebani sulla difensiva (soldati americani sul campo),
-sanzioni e cyber-guerra in corso contro l’Iran volta ad impedirgli di usare la tecnologia nucleare, nell’ottica di un regime change,
-un processo di pace Israele-palestinesi ad un punto morto, con pressoché totale accondiscendenza americana verso le politiche di colonizzazione della Palestina,
-allargamento ad est della NATO all’ordine del giorno con paesi baltici,
-tensione latente con Russia e Cina per motivi differenti (su tutte progetto di scudo stellare), -finanziamento movimenti anti-governativi in Sud America, soprattutto Venezuela e aperta ostilità (blocco degli asset, politiche di contrasto al rilascio visti) per i governi socialisteggianti.

C’è chi ha chiamato questa situazione fattuale con il nome di over-stretching, per denotare appunto l’impegno in troppi teatri di conflitto contemporaneamente. Da notare anche come la spesa militare sia cresciuta, dal 2001, da 380miliardi di $ a poco meno di 600 nel 2008.

Presidenza Obama, 2008-in corso

Con Obama la politica estera ha smesso quell’idealismo messianico tipico dei neo-conservatori, come quello di think tank conservatori alla stregua di “Project for a new American Century”, fautori dell’interventismo su larga scala.
Il primo presidente afroamericano ha invece fin da subito abbracciato un realismo poco avvezzo ad un liberal: realismo che ha aperto la strada ad una tattica più accorta di leading from behind piuttosto che di interventismo diretto nelle questioni internazionali.
“La coerenza della leadership di un presidente non si calcola sulla base dell’avventurismo e sul dispiegamento di truppe all’estero, che sono l’eccezione e non la norma”, ma, al contrario, “la misura della grandezza [in politica estera] è data dal saper coniugare sapientemente la protezione degli interessi all’estero (vedi: mantenimento dell’egemonia su gran parte del globo) e dei cittadini americani”, scrive un analista su Foreign Policy.
Ma è davvero così? Vediamo alcuni dati.
Bilancio medio spesa militare annuale con Obama: 6,63 trilioni di $ (+30 miliardi rispetto a Bush II).
Ciò comprende un incremento dei fondi per ricerca e sviluppo (nuovi campi come la biologia sintetica e altre tecnologie di ultimissima generazione), la centralità data ai programmi di incorporazione di tecnologie elettroniche e laser di ultima generazione per la Marina, studi e fondi per la militarizzazione dello spazio (laser, satelliti spia, space fences), cyberwarfare (fonte: Defence.gov).
Il tutto in un’ottica di mantenimento della superiorità tecnologica e militare (il command of commons che garantisce l’egemonia americana).
Altro dato interessante, che segna una svolta rispetto all’amministrazione precedente: l’uso dei droni.
Sotto l’amministrazione Obama gli attacchi coi droni MQ-9 Reaper sono aumentati del 1000% (dati: FT) e l’uso di questi per assassini mirati di militanti jihadisti è diventata pratica comune in Iraq, Pakistan e Yemen, nonché Afghanistan.
Perché dannarsi l’anima (e le finanze) per coprire i costi politici (=morti di soldati) di interventi via terra quando si possono usare le ultime tecnologie in campo militare? Obama sembra aver compreso come l’implementazione di processi di state-building sia difficile, e a volte inutile per gli interessi americani, e ha preferito un approccio pragmatico per affrontare le minacce alla sicurezza.

Capitolo strettamente legato all’uso dei droni: il (tanto decantato) ritiro americano dal Medio Oriente (tralasciando la Libia, dove Obama ha avallato l’operazione di Francia ed Inghilterra, sotto l’egida dell’ONU, volta a spodestare Gheddafi).
Iraq. Obama ha ritirato gli ultimi soldati rimasti sul campo, ma l’America rimane con 3400 consiglieri militari che addestrano e aiutano le truppe irachene e curde nel nord del paese a combattere Daesh (vedi ultima operazione Delta Force per liberare prigionieri curdi da prigione di islamisti). E contatti quotidiani esistono per la fornitura di armi, in quella che il segretario della Difesa Carter ha definito “advise-and-assist mission”.
Afghanistan: qui il ritiro doveva avvenire nel 2016. Vista l’offensiva talebana, che ha riguadagnato quel territorio perso coi bombardamenti del 2001, Obama ha invece annunciato il mantenimento, e l’accrescimento, del contingente a 5500 uomini almeno fino al 2017. Anche qui, come in Iraq, niente partecipazione ai combattimenti (almeno nelle regole d’ingaggio) ma funzione di consiglieri militari.
Iran. Strategia chiara: fine delle sanzioni in cambio del congelamento del programma atomico. Con l’Accordo tra P5+1 e negoziatori iraniani di luglio la corsa (presunta) all’atomica iraniana è stata fermata e il programma atomico posto sotto controllo internazionale. Il tutto nell’ottica di un (futuro) reinserimento di Tehran nell’equilibrio di potenza della regione (vedi partecipazione a colloqui sulla Siria).
Siria. Qui Obama ha fatto un passo avanti, per poi farne due indietro. Estate 2013, America sul piede di guerra per il (presunto) uso di gas clorino da parte del regime di Assad contro civili. Pressione Russia e comunità internazionale, Assad smantella il suo arsenale chimico-batteriologico. Novembre 2015. Obama si impegna a inviare 50 soldati delle Forze Speciali come commando, sempre nella logica “ advise-and-assist”, a fianco dei kurdi nel nord-est del paese.

E’ come se Obama si sentisse in dovere di fare qualcosa in Siria, scrive Zakaria sul WP. Anche qualcosa di piccolo, ma qualcosa.
Troppo sarebbe stato però il costo politico di un intervento diretto, che non avrebbe sicuramente fermato il massacro siriano, ma ne avrebbe anzi amplificato la portata, visti i poteri regionali coinvolti (Iran, Arabia Saudita, Turchia, emirati del Golfo, Hezbollah libanesi). E troppi i dubbi:  la mancanza di una reale alternativa politica ad Assad, la possibilità di un altro failed-state, la “jihadizzazione” della rivolta, l’inesistenza di interessi tangibili americani in Siria (se non quello umanitario).
Di conseguenza Obama ha preferito, da una parte, “appaltare” la questione agli alleati regionali, dall’altra ha tirato su, in maniera alquanto riluttante, una coalizione volta a bombardare le postazioni di Daesh/ISIS. Per quanto riguarda quest’ultimo: la strategia americana sembra quella del contenimento, più che quella dell’annientamento.
Il dossier Siria (e la minaccia ISIS) rimane un problema sì, ma non per gli Stati Uniti: è un grosso problema per l’Europa e i paesi limitrofi (profughi in fuga dalla guerra, foreign fighters di ritorno, guerra asimmetrica in casa), per la Russia (perdita basi militari, jihadismo nel Caucaso).
Ma non è nella top-list dell’agenda americana.
Almeno fino ad una minaccia reale alla sicurezza degli stati del Golfo Persico, i principali fornitori di petrolio mondiale (sotto Obama la dipendenza dal petrolio medio-orientale è calata vistosamente e metodi ed energie alternative rendono gli States autosufficienti, vedi fracking e shale gas).

Caso Ucraina. Come sopra (=Siria). Nessun interesse tangibile degli Stati Uniti, ma, al contrario, interessi particolari per la Russia. E per l’Europa. Putin manda i tank russi nel Donbass e occupa la Crimea, gioca la carta del gas per mantenere Ucraina nell’orbita russa. Risultato? Sanzioni alla Russia, Kiev sempre più vicina alla NATO e all’UE. Con parziale autonomia delle zone russofone ad est.

WSJdronechart1

La Cina la vera sfida

In ultimo, il capitolo Cina.

Obama è colui che ha approvato il riposizionamento strategico del 60% della marina militare americana nel Mar Cinese meridionale. Luogo pivotal non soltanto per la  presenza di risorse stanziate nel mare, ma anche fondamentale corridoio energetico per il trasporto di merci (il flusso di petroliere è sei volte tanto quello del Canale di Suez e addirittura diciassette volte quello che bypassa il canale di Panama).
Luogo dove Pechino ha costruito una “grande muraglia di sabbia”: solo quest’anno, 2015, la Cina ha eretto qualcosa come 700 ettari di isole ex novo- per poi reclamarne la sovranità.
A livello militare Obama ha avallato, due settimane fa, l’invio di incrociatori e navi della Marina per pattugliare la sovranità cinese all’interno delle 12 miglia nautiche (nonché l’aumento dei controlli per cyberwarfare/controspionaggio industrial-militare verso aziende cinesi).
E questo in virtù del fatto che la Cina sta modernizzando il suo esercito (la marina soprattutto), sta potenziando ulteriormente il suo arsenale balistico e deterrente e, last but not least, tramite la sua politica aggressiva nel Mar Cinese meridionale e orientale, sta puntando decisamente verso l’egemonia regionale, sminuendo in tal modo il ruolo degli alleati americani e degli Stati Uniti stessi.
A livello politico Obama ha invece recentemente firmato, insieme agli alleati regionali, il Trans Pacific Partnership Deal: un accordo che, agli occhi americani, va ad approfondire l’integrazione delle economie dell’area con quelle americane, in grado di bilanciare l’interconnessione di queste ultime con la Cina. Ma Obama ha anche intrapreso colloqui bilaterali volti ad allentare la tensione con Pechino: d’altronde l’interdipendenza economica tra le due potenze lascia poco spazio a scenari di guerra. Almeno nel breve periodo.
Per concludere, rispetto a Bush II, si può accusare Obama di non avere una politica estera coerente.
Come scrive Ian Bremmer, l’amministrazione ha una buona tattica, che è poi quella dell’avversione-al-rischio (ergo di evitare di rimanere imbottigliata in contesti di guerra con alti rischi politici), ma mancherebbe di una reale Grand Strategy.
Ovvero di una visione globale della posizione degli Stati Uniti: unico superpower in un mondo unipolare? O egemone ma in un mondo multipolare?
E da ciò ne conseguono, prosegue Bremmer, dichiarazioni di facciata (come quella della linea rossa per Assad e/o sul ritiro dall’Afghanistan) che poi si è costretti a rimangiarsi, e/o ammorbidimenti di posizione e compromessi al ribasso (come sugli accordi di libero commercio con l’UE, il TTIP, o su Israele).
Ma, fa notare John Mearsheimer, politologo alla Chicago University, perché Obama dovrebbe intervenire per difendere degli interessi periferici, come in Siria e Ucraina, quando nessuno mette in pericolo i veri interessi americani, ovverosia la sicurezza degli approvvigionamenti petroliferi e/o la sua egemonia globale? Meglio la diplomacy e il leading from behind in questi casi.
E, se serve, anche un approccio shifty (ambiguo) a seconda delle situazioni.
E’ invece quando si arriva a minacce tangibili all’egemonia americana, come può essere il caso della Cina, che Obama sembra avvicinarsi di più ad un realista pragmatico che ad un liberal democratico. Lavorando ai fianchi, senza strafare.