La nascita del nuovo Governo tra Movimento Cinque Stelle e Lega come un uragano è entrata nel piano del ragionamento politico italiano e non può che cambiare profondamente il modo di ragionare cui ci eravamo abituati nei decenni della seconda repubblica. Quello che sta capitando, molto in fretta, obbliga tutti, a partire dal centrosinistra, ad una profonda riflessione su quali tipi di risposte dare.
Il Paese è in piena metamorfosi politica e bisogna attrezzarsi.

La natura profonda del M5S, che alcuni di noi da sempre denunciano, è emersa e sta emergendo in tutta la sua evidenza in queste settimane.
Il M5S. Una forza politica realmente autoritaria, nelle mani di un ristretto gruppo di potere privato che ne dispone le sorti e animato unicamente dalla sete di poltrone, disposto a scendere a qualunque compromesso pur di raggiungere la stanza dei bottoni, incluso vendere e vendersi coerenza e dignità politica al punto, se serve, di allearsi con la peggior destra sottoscrivendo un contratto di governo che punta a detassare i ricchi con la flat tax, a introdurre nuove leggi razziali (asilo gratis agli italiani e a pagamento per gli altri), crea uno stato di polizia.
Alcuni amici mi hanno detto di attendere di vedere cosa faranno. Giusto, ma il problema è che purtroppo i contenuti di quel contratto tratteggiano nel medio periodo un orizzonte da paese autoritario e credo sia corretto denunciare e lottare perchè questo non avvenga. Lottare con tutte le forze.
Vorrei che i nostri figli trovassero tra qualche anno un Paese migliore, non peggiore.
Un Paese che se ammazzano a colpi di pistola un sindacalista che difende i diritti dei lavoratori nei campi a Gioia Tauro abbia un Governo, dei ministri, che non stanno in silenzio, che dichiarano che si occuperanno di capire cosa è successo, che esprimono solidarietà concreta, che sono ancora capace di indignarsi.
Anche se il sindacalista è “negro”.
Spero che, almeno adesso, tutti quelli che hanno votato 5 Stelle perchè “autenticamente di sinistra” perdano cinque minuti del loro tempo a riflettere e si interroghino. Si interroghino sul significato profondo che ha lottare per i diritti di tutti, degli altri, non solo per i propri. Sul significato profondo che ha occuparsi di chi non ha avuto la tua fortuna, che magari detto tra noi, in fondo neanche meriti del tutto.
Sulla differenza etica profonda che ha il gesto di sollevare uno che sta affongando in mare invece che spingergli la testa sott’acqua, perchè non c’è più posto sulla tua barca.
Auguro alle “anime candide” della psudosinistra di questo Paese che lucrano o pensano di lucrare sul successo elettorale del M5S conquistando posti e stipendi di essere tormentati dalla loro coscienza, se ancora ne hanno una.
La compagnia di giro ti identifica e chi scegli di invitare a cena a casa tua pure.
E spero anche che chi nel PD, forse in crisi di lucidità, nelle settimane scorse ha vagheggiato di allearsi con loro comprenda realmente e nel profondo che noi e loro siamo alternativi. Autenticamente alternativi. Robe diverse.

Leggo che è partita la discussione sul migliore assetto con cui presentarsi alle elezioni regionali 2019 in Piemonte. Buon segno.
Mi pare che sia del tutto evidente che la metamorfosi in atto nel quadro politico debba spingerci ad avere coraggio.
Anche di rischiare qualcosa.
Compete alla società che non condivide questa deriva organizzarsi e alle forze politiche stimolare questa organizzazione e darle corpo e forma. E leadership.
Non “Contro” Qualcosa o Qualcuno ma “Per”.
Un forte contenuto programmatico che tratteggi il futuro del Piemonte. Nuove infrastrutture, lavoro, impresa. E tutela autentica delle fasce deboli. E sui quei contenuti valoriali e programmatici, autenticamente diversi da quelli grillo-leghisti, costruire nuove alleanze politiche, uscendo da formule ormai arcaiche che sono state travolte dagli eventi e che devono essere riscritte.
Ecco allora che la parola discontinuità non è solo una indicazione, un auspicio. È un obbligo che abbiamo.
Per ricostruire un campo politico, quello progressista ma anche per costruirne uno nuovo, allargato, autenticamente diverso.
Per condurre una battaglia che potremo vincere o perdere ma che dobbiamo combattere.
Ecco allora che formule come “discontinuità nella continuità” o “continuità nella discontinuità” che iniziano a rincorrersi in queste ore lasciamole al Paleozoico della politica. Appartengono ad un’altra fase storica, lì devono stare. Hanno fatto il loro tempo.
Tutti sono utili, ma nessuno indispensabile. Diamo messaggi chiari, comprensibili, forti. E di rottura. Anche nelle leadership.
Rischiamo qualcosa, investiamo su nuove energie. Ne abbiamo, forse non immediatamente pronte (forse…) ma potenzialmente capaci, con il lavoro di tutti ad esserlo in tempi brevi. Ma bisogna che ci si lavori insieme. Tutti e alla luce del sole.
Interpreti del cambiamento che è necessario più che mai.
Reali interpreti del cambiamento.