La vicenda del nuovo Governo populista che sta nascendo e del Ministro Savona osservata da fuori (questi giorni ero fuori Italia) ha un po’ del surreale, soprattutto se vista a casa del PD e considerando l’attuale atteggiamento del suo gruppo dirigente.

Personalmente trovo del tutto normale e pienamente coerente quanto sta avvenendo. Il Contratto/Programma di Governo tracciato nelle settimane scorse da grillini e leghisti disegna infatti (ribadisco andrebbe letto di filato dall’inizio alla fine) un modello di Stato realmente del “cambiamento”. Uno Stato in cui i ricchi pagano molte meno tasse (flat tax) i poveri ricevono sussidi pubblici per rimanere poveri (reddito di cittadinanza) la magistratura inquirente ha totali mani libere (con l’agente provocatore), si allargano le carceri (peraltro fingendo che il problema delle inchieste e delle condanne non riguardi grillini e leghisti dove sono già al potere) vengono istituite nuove leggi razziali (asili nidi gratis solo agli italiani sulla base della nazionalità e non del reddito), si attaccano gli organi di stampa, le organizzazioni sovranazionali di cooperazione, scompare del tutto la politica industriale e si affrontano i problemi della scuola e dell’Università parlando dei trasferimenti di sede degli insegnanti come se fosse quello il nocciolo del problema. Ora, un modello di Stato di questo tipo, se ci pensiamo bene, è esistito ed esiste ancora in molte parti del mondo. Pensiamo al Sud America ad esempio. Bene, il Programma di Governo disegna per noi questa traiettoria con chiarezza cristallina.

Due considerazioni.

La prima.
Mi fa sorridere (amaro) leggere adesso tutti questi soloni opinionisti della sinistra radical chic che si stracciano le vesti sui giornali e in TV scandalizzati della “deriva” che sta assumendo il M5S che fino a poche settimane fa invece rappresentava “la prospettiva”, la “risposta all’esigenza del cambiamento” ecc. ecc. I germi della deriva verso la destra peggiore erano evidenti dall’inizio della fondazione del M5S e non occorrevano le minacce del padre di Di Battista a Mattarella (mai smentite peraltro e da cui nessuno ha preso le distanze, neanche la nostra sindaca Appendino) per capire qual è il potenziale eversivo del Movimento per le istituzioni della Repubblica.

Invece mi fa rabbia (tanta) vedere nella sinistra italiana, nel PD, un silenzio assordante da parte di chi ci spiegava, vittima di una propria presunta superiorità culturale, che con il M5S dovevamo iniziare a costruire strutturalmente un dialogo per “educarli” e “istituzionalizzarli” senza vedere che quella prospettiva, non ancora del tutto scongiurata, era un suicidio politico per il centrosinistra riformista italiano e che saremmo stati annientati in brevissimo tempo dai loro programmi, dal loro populismo e anche dai loro metodi autenticamente giacobini o fascisti, come preferite.

La seconda.
È del tutto ovvio che non essendo pazzi i due leader Salvini e Di Maio abbiano bisogno di far saltare l’Euro e l’Europa – ecco a cosa serve l’ottuagenario ministro Savona – per poter finanziare un programma politico folle che non ha e non può avere copertura nell’attuale quadro a meno del ricorso ad un indebitamento pazzesco che ci condurrà a breve ad un modello di crisi simile all’Argentina ossia alla bancarotta.

E sanno bene i due leader che qualcuno disponibile a finanziarlo quel programma c’è, in realtà il problema del reperimento delle risorse non si pone, soprattutto fuori dall’Europa. Soldi in giro per il mondo ce ne sono tanti e quando saremmo insolventi (a breve) fondi di investimento, Aziende e/o Stati esteri verranno a “fare shopping” nel “discount Italia” e si compreranno al prezzo delle patate il nostro Paese pezzo a pezzo. Un po’ come è capitato in Argentina o in Grecia. Aziende, infrastrutture, reti. Patrimonio ereditato dal sacrificio dei nostri nonni ne abbiamo ancora tanto e di qualità. Altro che sovranismo, diventeremo completamente proprietà e ostaggi di potenze straniere. Lo schema è piuttosto semplice: programma costoso – uscita dalle regole finanziarie che impediscono di realizzarlo – ricorso all’indebitamento internazionale – bancarotta – svendita patrimonio nazionale per pagare il debito. La sequenza di cosa capiterà con il governo grillo-leghista a me pare piuttosto chiara. E nefasta.

Ma se siamo a questo punto va detto che la colpa è anche un po’ nostra, soprattutto di chi da decenni imperversa sulla scena politica italiana e ha transitato tutte le stagioni della prima e della seconda Repubblica. L’aver propagandato da sinistra le regole del mercato totalmente de-regolato e il turbocapitalismo senza freni come la risposta al cambiamento che stava avvenendo nella società a partire dalla metà degli anni 80 è stato un grave errore strategico di prospettiva figlio di una debolezza culturale e politica del pensiero statalista (soprattutto di derivazione comunista) che si è trovato di colpo incapace di rispondere ai nuovi bisogni con ricette nuove e di cui adesso paghiamo le conseguenze. Non stupisce infatti che siano particolarmente coloro che arrivano da quella storia e chi a quella storia si ispira che oggi guardano con simpatia e interesse al mondo grillino. Incapace di dare risposte e creare consenso soprattutto tra coloro che facevano fatica e che avevano bisogno di essere tutelati. Addirittura in alcuni casi – leggasi Fassina – si schierano a fianco della scelta del Ministro Savona e contro il Colle che sta cercando di scongiurare questa prospettiva. E se Fassina e Giorgia Meloni sono dalla stessa parte su un tema del genere forse qualche problema c’è.

Oggi credere e far credere fortemente nella prospettiva europea è molto più difficile perché in realtà non abbiamo (hanno) lavorato per consolidare un modello di economia sociale di mercato, liberale e non liberista, che solo in un contesto internazionale realmente integrato può avere gambe per camminare. Questo è stato un grave errore del PD e del suo gruppo dirigente, un errore culturale prima ancora che politico e programmatico.

Non so se sinceramente il presidente Mattarella, lasciato solo da un PD che si è guardato l’ombelico fino a ieri e da una Forza Italia che è più preoccupata in questo momento di capire cosa succede alle aziende di Berlusconi riuscirà a resistere ai due che comandano i loro sudditi in Parlamento e quindi se creerà il precedente costituzionale abdicando ai loro ricatti e sotto l’azione delle loro minacce, ma in ogni caso i problemi politici restano lì. Che parta o non parta il governo Conte, che vi siano o no le elezioni a breve, è partito un meccanismo di rimescolamento politico in Italia comunque irreversibile che ridisegna i campi politici e che quindi deve ridisegnare la geografia di partiti e alleanze. Abbiamo la necessità, l’obbligo, di occuparci di queste questioni che sono urgentissime.

“Il PD o cambia metodi, persone e contenuti o muore”

Cercando, nel frattempo, di non trasformare il braccio di ferro in corso al Quirinale in una martirizzazione delle istanze del cambiamento rappresentate dalla designazione dell’arzillo Savona, che a questo punto è diventato un simbolo, ma puntando a costruire consapevolezza nel Paese di cosa potrebbe succedere e parallelamente prepararsi al peggio. Il rischio di trasformare in “eroi del cambiamento” Salvini e Di Maio è autentico e concreto. Loro stanno facendo la loro ipocrita partita. Tocca a noi contrastarla alzando il livello del confronto e non abbassandolo nella semplificazione che fa loro gioco. Il tema non è “il cambiamento”, il tema è “quale cambiamento”.

Spero che intorno a questi temi si apra, e velocemente, la nostra prossima fase congressuale che in questo quadro è più (ri)costituente che congressuale. Prospettiva culturale e politica, modelli di risposta ai bisogni, programmi, alleanze politiche e sociali, collocazione internazionale sono solo alcune delle questioni centrali che dobbiamo affrontare. Cercando di uscire dal meccanismo degli slogan, dalla semplificazione mediatica e comunicativa cui ci siamo accodati in questi anni abdicando al lavoro di analisi e elaborazione politica. Gli slogan vengono dopo. Prima decidiamo cosa realmente vogliamo, dove vogliamo andare e con chi. Poi penseremo agli hashtag.

Il PD o cambia metodi, persone e contenuti o muore. Ammesso che così com’è non lo sia già.