Una web tax europea per contrastare l’uso indiscriminato dei dati dei cittadini 

Riservatezza dei dati, questo il tema centrale

Il tema di questi giorni è la riservatezza in termini di raccolta e gestione dei dati sul web. Non solo per le implicazioni che la raccolta dati ha avuto sul condizionamento dei risultati elettorali, pensiamo all’elezione di Trump negli Stati Uniti per esempio.
Da Bruxelles stiamo cercando di trovare nuovi strumenti per tutelare la privacy dei cittadini comunitari e capire come fermare l’uso sconsiderato di preferenze, passioni, comportamenti, informazioni, gusti, usi e costumi. Dati rubati che generano inevitabilmente profitti per i giganti del web, che continuano a giocare a nascondino con il fisco europeo.
Il tema è molto vasto, è un dibattito culturale epocale, di responsabilizzazione ed educazione collettiva all’esercizio del pensiero critico anche nell’era dei big data. Ritengo importante però anche sottolineare l’importanza degli strumenti già attivi per tutelare i cittadini di fronte a questo fenomeno.

General Data Protection Regulation, cos’è e come funziona

Una misura sulla quale le istituzioni hanno lavorato è la creazione della General Data Protection Regulation. Dal 25 maggio verrà applicata la GDPR, leggi qui, si tratta dell’insieme delle norme che l’Unione Europea mette in campo per garantire un quadro entro il quale i dati degli utenti vengano raccolti e trattati rispettando la volontà delle parti. Il GDPR vuole essere lo strumento legislativo per limitare il trattamento automatizzato dei dati personali, stabilisce i criteri per il trasferimento dei dati fuori dall’Ue e vuole colpire seriamente le violazioni. Quelli che spesso abbiamo sentito chiamare OTT (over the top) Twitter, Amazon, Google, Facebook, Apple non potranno più sfuggire alle responsabilità nei confronti degli utenti. Ci sono però Stati che grazie a tassazioni basse hanno, a loro volta, approfittato di questa situazione. Serve un accordo internazionale ed europeo per limitare l’elusione fiscale. Il dibattito nelle aule del Parlamento non sarà semplice e nemmeno quello nelle stanze del Consiglio dell’Unione europea.

Web Tax, uno strumento utile per tassare le multinazionali del digitale

Come Parlamento Europeo, da molti mesi abbiamo iniziato a lavorare sulla cosiddetta Web Tax, ovvero un’aliquota al 3% sul fatturato delle multinazionali digitali. Oltre a una maggiore equità in materia fiscale, questa è una delle tre misure in materia di risorse proprie per recuperare i 10 miliardi di euro annui dovuti all’uscita del Regno Unito dall’UE.
Per non danneggiare le piccole start-up e le piccole e medie imprese, sarà applicata solo alle aziende con un volume d’affari mondiale superiore ai settecentocinquanta milioni di euro l’anno, di cui almeno cinquanta milioni nell’Unione Europea.
Il gettito stimato, a livello europeo, è di cinque miliardi di euro, che saranno riscossi dagli Stati in cui si trovano i singoli utenti di queste aziende.
La Web Tax è una misura temporanea, perché il nostro obiettivo a lungo termine è quello di riformare totalmente la tassazione per le multinazionali digitali, in modo da poter registrare e tassare i profitti nel paese in cui vengono generati, e non in quello della sede principale.
Per fare questo sono stati individuati tre criteri: ricavi annuali superiori ai sette milioni di euro, almeno centomila utenti attivi in un anno e almeno tremila contratti stipulati annualmente all’interno del Paese. Le aziende che soddisferanno anche solo uno di questi requisiti, dovranno pagare le tasse in quello Stato.

Una politica europea forte è la chiave per guidare questa fase storica 

Come ha detto il commissario europeo per gli affari economici e monetari Pierre Moscovici, “a oggi i paesi membri non possono tassare correttamente le imprese digitali con sedi fuori dai confini dell’Unione. È un buco nero al quale cerchiamo di porre rimedio con le proposte di una nuova norma giuridica e di una tassa provvisoria”.
Anche in questo caso quello di cui abbiamo bisogno è un’Unione Europea forte e coesa, i singoli stati possono davvero poco in un contesto così complesso e il rischio di produrre leggi inefficaci, inutili e in contrasto con i trattati internazionali è molto alto.
Ci sono già generazioni cresciute avendo la rete come presenza costante e naturale, non si tratta solo di un problema di tecnologia ma di un problema di potere che inevitabilmente diventa un problema politico.
Abbiamo solo ora iniziato a progettare un’etica dei dati appropriata per questa fase storica dopo aver costruiti un’intera società, l’economia mondiale e una cultura basata sull’informazione. La politica ha il dovere di gestire questa fase, non possiamo permettere che siano i dati a guidare la democrazia, il rischio è che sparisca la democrazia per come l’abbiamo conosciuta.