È stata una settimana importante per Matteo Renzi. È legittimo fare, serenamente, spallucce, tanto quanto, politicamente, è ragionevole misurare quanto le coordinate comandate cambino l’assetto dell’arena istituzionale del Paese.
Nell’italiano culto della personalità, sintetizzato, a volte troppo superficialmente, nelle antitetiche immagini della claque e del gufo, si è giocata una partita che ha interessato pressoché tutti i principali attori della scena politica italiana: l’approvazione della legge elettorale ha indirettamente chiamato in causa le scricchiolanti possibilità di riforma costituzionale (senza i due terzi dei voti, di norma, si deve ricorre al referendum confermativo), così come ha testato il grado di fedeltà del presidente della Repubblica, ha messo al muro le minoranze del Partito Democratico, ha omesso da ogni ruolo le opposizioni parlamentari e ha soprattutto scalfito il verbo del berlusconiano “ghe pensi mi”, probabilmente anche superando l’ex Cavaliere nella scaltrezza e nel decisionismo, modus operandi legalizzato dalla narrazione mediatica recitata a beneficio del governo Renzi, nell’interesse posseduto da potenti pezzi del sistema Italia, per i quali vale la pena di “crederci” anche se Renzi si rivelerà un’illusione, perché tanto non andranno affatto a perderci.

L’Italicum è legge, il Parlamento l’ha approvato e Sergio Mattarella l’ha firmato. Il romanzo della riforma ha regalato altre miserie dell’arco istituzionale del Bel Paese.
Il chiacchiericcio non si è nemmeno soffermato nel chiedersi quanto e se serve questa riforma elettorale, diatriba che interessa più gli addetti ai lavori che il resto del Paese, ma ha seguito la scia disegnata da Renzi, a suoni di battute e tweet, dando ulteriore senso alle parole che raccontano di un’Italia ancorata ad un’altra forma di centralismo, non democratico ma personale: “O con me o contro di me, altrimenti il governo cade”.
Le tre fiducie imposte nel voto parlamentare hanno suggellato l’operazione renziana. Non sul Piave, ma in Parlamento: “Non passa il gufo”.
Anche perché chi coltivava speranze pensando alle minoranze del Pd, se non l’aveva già fatto da tempo memore, si è dovuto ben presto ricredere: qualche big ha votato contro l’Italicum, per provare a salvar la faccia, tutti gli altri si son divisi fra qualche contrarietà, il “vorrei ma non posso”, la fedeltà al partito e altre politiche piccolezze. Uno psicodramma democrat annientato dal talismano Maria Elena Boschi, ministro per le Riforme Costituzionali e per i Rapporti con il Parlamento, che attorno alla sua immagine ha scandito le cronache e le votazioni, eseguendo il primario incarico ordinatogli dal «maleducato di talento», come il direttore Ferruccio De Bortoli ha definito il premier nel suo ultimo editoriale sul Corriere della Sera.
L’Italicum è una legge che dà un forte premio di maggioranza al partito che vince le elezioni, prevede il superamento del bicameralismo e consegna di fatto il controllo del potere esecutivo e legislativo al partito del premier. Renzi è presidente del Consiglio e segretario del partito: se nell’ultima tornata elettorale fosse stato già vigente l’Italicum, Renzi sarebbe, ancor di più rispetto ad oggi, il nostrano caudillo. Gridar al pericolo dittatoriale è evidentemente esagerato, quel che fa però specie è l’assunzione di uno schema che risulta esasperato se comparato con il grado di maturità democratica e istituzionale del Paese.

Dietro la lavagnetta che illustra l’ultima opera renziana, l’Italicum appunto, non c’è l’ombra di un Pippo Civati che piagnucola e fugge.
La mattanza delle minoranze democratiche ha fatto perdere ogni attrazione, più o meno fattiva, ai brontolii di coloro che non riescono a fare i conti con la storia che hanno contribuito a scrivere. Quel che è scritto solamente dietro la lavagnetta alla quale si alludeva sopra è una postilla non di poco conto. L’Italicum entrerà in vigore solamente a partire dal luglio 2016, dal prossimo anno, non subito. Ufficialmente questo vien motivato dal fatto che la riforma costituzionale in corso d’opera abolirà il Senato elettivo e che la riforma elettorale vale solo per la Camera. Quindi non si andrà sicuramente a votare prima del 2016. Qualche dubbio è lecito nutrirlo, perché la settimana che si sta per concludere ha ricordato quanto l’attuale maggioranza parlamentare non sia totalmente di “proprietà” di Renzi né tanto meno rispecchi le percentuali elettorali fin qui incassate.
Il premier potrebbe politicamente pensare che è meglio “battere il ferro finché è caldo”, perché quando i fiori del giardino di Palazzo Chigi sfioriranno sarà ben più difficile attender quel democrisitano 40% delle Europee 2014. Altrimenti si aspetterà l’anno che viene, senza o magari ancora con il Senato. L’aver indicato quella data, e non un’altra, in fondo, può costituire una risposta ai dilemmi sulle urne.
«Partita finisce quando arbitro fischia», diceva il leggendario allenatore jugoslavo Vujadin Boskov. Anche se non si è capito ancora bene chi è l’arbitro in Italia (il corpo elettorale, il Parlamento o il presidente della Repubblica?), Renzi sa che c’è un consistente minutaggio da giocare nella sua partita, difatti ha incassato la vittoria sull’Italicum lasciando già intravedere una mediatica riparazione (la legge sul conflitto di interessi, annunciata su La Stampa, ovviamente tramite il ministro Boschi) e adottando una tattica in parte anomala nell’affronto delle consistenti proteste di piazza contro la riforma della scuola, aprendo le porte del Nazareno ad alcune sigle dei sindacati, dei genitori e degli studenti, perché preoccupano le potenzialità di apertura di una prima e vera crisi nel Paese che tra qualche settimana andrà, in molte parti d’Italia, a votare, per le elezioni amministrative: risulterebbe alquanto comico veder cascare il governo del premier che si è fatto prestare da Tony Blair il motto “Education, education, education”. C’è già Gomorra a disturbare i sogni dorati e rottamatori di Renzi: la responsabilità non è del thrilling del romanzo, film o serie, ma è del suo partito, residenza nella quale abita comodamente Gomorra.