Non fu terrorismo vero e proprio quello dei No Tav, durante l’assalto al cantiere di Chiomonte in Val di Susa. Un pericolo, ma più un terrorismo psicologico. E danni furono rilevanti, ma non igenti. Così scrive la Cassazione nelle motivazioni depositate oggi, relative all’udienza che a luglio escluse le finalità di terrorismo per tre imputati legati al movimento che contesta la linea ad alta velocità Torino-Lione.
Secondo i giudici della Suprema Corte, che ha respinto il ricorso della Procura di Torino che chiedeva per Lucio Alberti, Graziano Mazzarelli e Francesco Sala una condanna per terrorismo, in quanto partecipanti la notte tra il 13 e il 14 maggio del 2013 ad un’azione contro il cantiere. Quel “blitz”, scrivono, non fu un’azione seriamente capace di far sentire lo Stato effettivamente coartato a rivedere le decisioni Tav.
La prima sezione penale della Cassazione «non è sufficiente a integrare la finalità di terrorismo, la sola direzione dell’atteggiamento psicologico dell’agente, ma è necessario che la condotta posta in essere sia concretamente idonea a realizzare uno degli scopi indicati dalla normativa (articolo 270 sexties codice penale, ndr), come intimidire la popolazione, destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale, ovvero, come contestato nel caso di specie, costringere i poteri pubblici a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, determinando un evento di pericolo di portata tale da incidere sugli interessi dell’intero Paese colpito dagli atti terroristici».