Una pesante tegola è caduta sulla giunta regionale del Piemonte targata Alberto Cirio. È stato arrestato l’assessore, esponente di Fratelli D’Italia, Roberto Rosso.

Blitz all’alba della Guardia di Finanza che ha eseguito su richiesta della Direzione distretturale antimafia torinese otto ordinanze cautelare in carcere nei confronti di persone legate alla ‘ndrangheta radicati nel territorio di Carmagnola e operanti a Torino. Tra le condotte illecite, oltre all’associazione per delinquere di stampo mafioso e reati fiscali per 16 milioni di euro, agli indagati è contestato anche il reato di scambio elettorale politico-mafioso.

Roberto Rosso, 59 anni, avvocato civilista e deputato in Parlamento per cinque legislature e due volte sottosegretario, secondo gli inquirenti avrebbe chiesto aiuto alla criminalità organizzata per essere eletto alle ultime elezioni regionali nella coalizione a sostegno del presidente Alberto Cirio.

In Regione Rosso è assessore ai Rapporti con il Consiglio regionale, Delegificazione e semplificazione dei percorsi amministrativi, Affari legali e Contenzioso, Emigrazione e Diritti civili. Rosso è anche capogruppo in consiglio comunale a Torino.

Rosso è stato anche sindaco a Trino Vercellese. La sua carriera politica incomincia nella Democrazia Cristiana, poi nel 1994 segue Silvio Berlusconi in Forza Italia.
Nel 2001 si candida sindaco di Torino per il centrodestra: viene sconfitto al ballottaggio da Sergio Chiamparino. Sottosegretario al lavoro del Governo Berlusconi, nel 2004. In Piemonte vicepresidente della giunta del leghista Roberto Cota.

Nel 2016 corre nuovamente per il posto di sindaco a Torino con una lista civica ed entra in consiglio comunale.
Entra in Fratelli d’Italia e si candida alle regionali a maggio. Il capoluogo piemontese viene letteralmente tappezzato di manifesti con il suo volto, al punto che si scatena l’ironia sui social per la sua costante presenza, ancora prima che la campagna elettorale incominci realmente. Il suo ufficio elettorale viene aperto proprio di fronte a Palazzo Lascaris, dove entra grazie 4 mila 777 preferenze, primo a Torino.

Secondo gli inquirenti quello che sarebbe diventato assessore regionale del Piemonte sapeva che stava avendo a che fare con la criminalità organizzata. Per i magistrati Roberto Rosso per le elezioni del 26 maggio 2019 stipulò un “patto di scambio” che consisteva nel pagamento di una somma di 15 mila euro. In cambio la promessa di un “pacchetto di voti”.

Rosso questo patto lo avrebbe stretto con Enza Colavito e Carlo De Bellis, altri due degli arrestati oggi dalla Guardia di Finanza nell’ambito dell’inchiesta .

L’operazione “Fenice” ha visto impegnati 150 uomini delle Fiamme Gialle , coordinati dal Direzione Distrettuale Antimafia di Torino.

Come detto otto le misure cautelari in carcere emesse dal GIP, a carico di soggetti ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione per delinquere di stampo mafioso, scambio elettorale politico-mafioso, reati fiscali per 16 milioni di euro.

Sequestrati per milioni di euro su 200 imprese, immobili e conti correnti eseguiti non solo in Piemonte, ma anche in Sardegna, Sicilia, Lombardia, Lazio, Toscana e Campania. Dentro l’inchiesta sono finiti Onofrio Garcea, Francesco Viterbo, il noto imprenditore torinese Mario Burlò, Enza Colaviro e Carlo De Bellis. E appunto l’assessore della Giunta Cirio, Roberto Rosso.

Mario Burlò, 46 anni di Moncalieri, con la sua azienda, la OJ Solution, che opera nel settore del facility management, è main sponsor di alcune società sportive in Italia, tra cui la Basket Torino e la Auxilium Torino fallita nei mesi scorsi

Per gli inquirenti Rosso non poteva non sapere con chi avesse a che fare durante la mediazione. «Dalle indagini è emersa la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa del loro interlocutori».

«Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha spiegato Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte,  Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino.

Si è arrivati a Roberto Rosso grazie a intercettazioni appostamenti e indagini che hanno provato gli incontri con Rosso e gli intermediari Colavito e Garcea. L’operazione Fenice è la prosecuzione dell’operazione carminius che aveva già portato nel marzo 2019 all’esecuzione di 40 provvedimenti cautelari. “Fenice” prova come velocemente l’organizzazione stesse riorganizzandosi sul territorio con il Garcea e il Viterbo, entrambi “sfuggiti” all’operazione precedente ma sulle cui tracce erano gli inquirenti. Una mafia che secondo il generale Giuseppe Grassi della Guardia di Finanza diventa sempre più un’agenzia di servizi conto terzi. Anche per il politico che “acquista” un pacchetto di voti. Cio che è emerso è che come sottolineato dal generale «tutti sapevano cin chi avevano a che fare». Rosso avrebbe versato la sua quota in due tranche la prima di circa cinquemila euro e la seconda di 2900.

Tra gli arrestati anche l’imprenditore Mario Burlò,46 anni, imprenditore, di Moncalieri, presidente di Oj Solution, un consorzio di imprese che opera nel settore del facility management. Burlò anche  vicepresidente nazionale di “Pmi Italia”, un’associazione che riunisce 200mila imprenditori in tutta Italia.

«Lunedì ci sarà Consiglio Regionale del Piemonte e se non lo farà il Presidente Alberto Cirio chiederemo noi le comunicazioni in Aula», annuncia il consigliere regionale del Partito Democratico Diego Sarno.

Marco Grimaldi (LUV): «Era consapevole, il patto è andato a buon fine dopo una fitta contrattazione. Siamo garantisti ma c’è poco da girarci attorno: la Giunta Cirio dovrebbe dimettersi all’istante. I fatti sono di una gravità inaudita. Qual è l’oggetto dello scambio? 15.000 euro, ma i voti sono stati garantiti in cambio di quale promessa?».