Roberto Rosso, arrestato questa mattina per voto di scambio nell’ambito di una inchiesta sulla ‘Ndrangheta della guardia di finanza di Torino, ha rassegnato le dimissioni da assessore della Regione Piemonte. La lettera sarebbe stata firmata in carcere ed è già nelle mani del governatore Alberto Cirio.

Per gli inquirenti Rosso non poteva non sapere con chi avesse a che fare durante la mediazione (si parla di un pacchetto voti in cambio di 15 mila euro). «Dalle indagini è emersa la piena consapevolezza del politico e dei suoi intermediari circa la intraneità mafiosa del loro interlocutori».

«Secondo le risultanze delle indagini Roberto Rosso è sceso a patti con i mafiosi. E l’accordo ha avuto successo», ha spiegato Francesco Saluzzo, procuratore generale del Piemonte,  Gli investigatori hanno documentato – anche con immagini – diversi incontri tra Rosso e alcuni presunti boss, tra cui Onofrio Garcea, esponente del clan Bonavota in Liguria, anche in piazza San Carlo a Torino.

Si è arrivati a Roberto Rosso grazie a intercettazioni appostamenti e indagini che hanno provato gli incontri con Rosso e gli intermediari Colavito e Garcea. L’operazione Fenice è la prosecuzione dell’operazione carminius che aveva già portato nel marzo 2019 all’esecuzione di 40 provvedimenti cautelari. “Fenice” prova come velocemente l’organizzazione stesse riorganizzandosi sul territorio con il Garcea e il Viterbo, entrambi “sfuggiti” all’operazione precedente ma sulle cui tracce erano gli inquirenti.

Una mafia che secondo il generale Giuseppe Grassi della Guardia di Finanza diventa sempre più un’agenzia di servizi conto terzi. Anche per il politico che “acquista” un pacchetto di voti. Cio che è emerso è che come sottolineato dal generale «tutti sapevano cin chi avevano a che fare». Rosso avrebbe versato la sua quota in due tranche la prima di circa cinquemila euro e la seconda di 2900.

Intanto anche Giorgia Meloni, leader di Fratelli d’Italia ha cacciato Rosso dal suo partito.