And don’t try to dig what we all say

I’m not trying to cause a big sensation

I’m just talkin’ ‘bout my generation

Non era e non è solo una questione di età: fai la differenza solo “se hai un progetto, se collochi la tua proposta politica nella dimensione giusta. Se trovi il coraggio di cambiare le carte in tavola, se trovi la forza di assumerti le tue responsabilità”. Così quella della “generazione di mezzo” non può essere solamente una questione anagrafica. Non nel Partito Democratico almeno, dove la “generazione di mezzo” è diventata tale perché incapace di uscire dalle secche di logiche ormai indecifrabili. Incapace di diventare cambiamento.

Va detto, a onore del vero, che siamo poco abituati ai cambiamenti, ci siamo più facilmente abituati a navigare all’ombra fino al momento dell’investitura. Così un vero e proprio passaggio di staffetta è diventato merce rara. Ma la reiterata mancanza di coraggio, diventata fatalmente mancanza di prospettiva, ha finito per infrangere il patto generazionale alla base di ogni sano avvicendamento.

Molti di noi hanno semplicemente “aspettato”, contribuendo di fatto a ridurre il partito in un organo “annoiato”, fatto in larga parte di amministratori. L’assenza di analisi e di elaborazione hanno paralizzato ogni tipo di confronto tra generazioni, svilendo inevitabilmente le opportunità di guardare al futuro.

Eppure tanti trentenni e quarantenni del Pd, spesso dopo una militanza nelle formazioni giovanili dei partiti di provenienza, si erano presentati colmi di speranza all’appuntamento con il futuro rappresentato dalla nuova formazione politica. Ma tanta lodevole speranza si è ben presto trasformata in una più banale ansia da prestazione, sollecitata dalle sirene di incarichi sempre più nuovi e più prestigiosi che a loro volta hanno contribuito a rendere la ricerca sempre più spasmodica e ridotto quei “giovani” improvvisamente a “vecchi”. Insomma, per parafrasare il senso di una nota intervista, la spinta propulsiva è andata esaurendosi prima ancora di diventare spinta.

Storie di novelli Benjamin Button che politicamente nascono Matusalemme e regrediscono all’infanzia invece di maturare: una decrescita infelice che rischia di travolgerci tutti. Di condannare il partito alle sabbie mobili.

Così pesa sulle loro spalle, ma anche e soprattutto sulle nostre, l’onere di uscire dall’anonimato in cui ci siamo colpevolmente cacciati. Pesa sulle spalle della generazione di mezzo modellare l’identità di un partito al guado tra le grandi personalità e l’ansia di azione, sacrosanta, delle nuove leve. Un partito imbrigliato tra vecchie logiche di militanza e spinte innovative, tra richiami all’ovile e tentativi di costruire una casa comune. Alla generazione di mezzo spetta dunque l’obbligo di risaldare il patto generazionale, di trovare il coraggio di cambiare le carte in tavola, di trovare la forza di assumersi le proprie responsabilità”. Prima che sia troppo tardi.