Nel 1989 l’Oscar alla fotografia fu assegnato al Mississippi Burning del regista Alan Parker (che ebbe una nomination), esaltato dalla trama e dalle interpretazioni magistrali di Gene Hackman (nomination per miglior attore protagonista) e Willem Dafoe e da una superlativa Frances McDormand (nomination miglior attrice non protagonista).

Vi si narra un’epoca e una pagina mai del tutto tramontate degli Stati Uniti d’America: l’odio razziale. L’azione si sviluppa nel 1964 nel Mississippi, uno degli Stati del Sud per eccellenza votati e vocati alla discriminazione razziale e narra la vicenda di tre giovani attivisti impegnati per la difesa dei diritti civili che scompaiono nell’indifferenza e nella complicità della popolazione.

Li ritroveranno morti, sotterrati, uccisi dal Ku Klux Klan come appurerà l’Fbi, dopo difficili e contrastate indagini che assicureranno i colpevoli alla giustizia.

Il film ebbe grande successo sia in patria, sia all’estero ed è ancora uno, a distanza di trent’anni, dei più trasmessi e visti sulle reti televisive italiane, ad esclusione, come si diceva una volta per le partite di calcio, della zona di Palermo.

La zona in cui si sono registrati più aggressioni a sfondo razziale in questi mesi estivi, l’ultimo nella notte del 15 agosto a Partinico, in cui sono stati inseguiti – esattamente come in Mississippi Burning – alcuni migranti minorenni, poi bloccati, insultati e picchiati.

Le assonanze con il film si fermano qui. I razzisti de’ noantri non si sono spinti oltre. A differenza del film di Alan Parker gli aggressori (cinque uomini e due donne individuati e arrestati) si sono limitati più ad agitare che a puntare la pistola davanti ai ragazzi doloranti e impauriti, se non terrorizzati, dalle bastonate. Evidentemente “le radici dell’odio”,  sottotitolo di Mississippi Burning, non sono ancora penetrate sufficientemente nella testa e nel cuore di questa gentaglia.

Ma, attenzione, se non si ricostruisce la cultura della sana convivenza sociale, è soltanto questione di tempo.