Servizio tratto dal blog di Fabrizio Peronaci, giornalista del Corriere della Sera e autore di libri-verità sulla Chiesa, ultimo “La tentazione”

 

LE OSSA TROVATE NELLA NUNZIATURA APOSTOLICA: IL NUOVO GIALLO E’ AMBIENTATO NELLA ZONA INDICATA COME PRIMO NASCONDIGLIO DI MIRELLA GREGORI.
ECCO IL PALAZZO DI VIA SANTA TERESA E TUTTI I RETROSCENA (DOCUMENTATI) EMERSI DALL’INCHIESTA

Sequestro Orlandi-Gregori, atroce sospetto: la lettera da Boston con il timbro del 15 ottobre 1983 servì a provare l’avvenuta l’uccisione di Mirella
Non a caso Pertini lanciò un disperato appello. Fonte ecclesiastica svela la data-codice: “Il 15 ottobre morì Santa Teresa”. Si tratta della strada dove, secondo una ricostruzione, fu nascosta la Gregori, che abitava lì vicino
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Alla luce del ritrovamento di ossa nella vicina Nunziatura Apostolica, in via Po, torna in primo piano la pista – inizialmente presa in considerazione dalla Procura di Roma e poi scartata – del possibile pernottamento di Mirella Gregori in via Santa Teresa, nei giorni successivi alla scomparsa, il 7 maggio 1983. Solo poche decine di metri, infatti, dividono il palazzo del Vaticano oggi al centro dell’inchiesta per “dare un nome” alle ossa e via di Santa Teresa.
Per ricostruire questa traccia occorre considerare che Marco Accetti, fino al 2015 indagato per il sequestro Orlandi-Gregori, fu certamente responsabile della morte del piccolo Josè Garramon, da lui investito nella pineta di Castelporziano alla fine del 1983, pochi mesi dopo la scomparsa delle due quindicenni.
Il nuovo indizio su via Santa Teresa era infatti già agli atti 35 anni fa, e come tale va considerato più genuino di una eventuale deposizione a posteriori.
Ecco dunque la ricostruzione.

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Nell’ambito delle indagini sul fatto della pineta, i carabinieri perquisirono, come ovvio, l’abitazione di Accetti, e tra le altre cose trovarono alcuni numeri di telefono, uno dei quali interessante (allegato 1). Si trattava di un biglietto con il nome di Rosy Costa e un recapito di sei cifre: 868346 (ancora non si usava il prefisso 06). Il nome – Rosy Costa – è la prima volta che si proietta al centro del giallo. Chi era questa donna? Perché Accetti la conosceva? Non è che aveva a che fare con il sequestro Orlandi-Gregori avvenuto prima del fatto della pineta, sequestro di cui Accetti si autoaccuserà solo nel 2013?
Teniamolo a mente, questo nome: Rosy Costa. Non sia mai – chissà a quale titolo, con che ruolo – si tratta di persona ben informata del doppio rapimento? L’utenza telefonico, quel 868346, corrispondeva a un’abitazione di via di Santa Teresa 23 (corso d’Italia), nella quale viveva in affitto un attore americano, Robert Jorge Sommer, e proprio “Rosy” è stato il nickname attribuito secondo Accetti alla stessa Mirella, per richiamare in codice, la moglie del bulgaro Antonov, Rossitza, incriminato e poi scagionato dall’accusa di aver partecipato all’attentato Papa.
Via di Santa Teresa 23, palazzo residenziale non distante da via Veneto e a pochi isolati da via Nomentana 91, dove viveva Mirella con la sua famiglia. Guarda caso, lo stesso indirizzo di cui 30 anni dopo parlerà Accetti, a proposito del nascondiglio nel quale si sarebbe rifugiata la Gregori dopo essere uscita volontariamente da casa, dicendo una bugia alla madre. “La Gregori rimase in via di Santa Teresa fino al gennaio 1984. Se imbocchi la stradina dal lato di corso Italia, l’edificio in cui abitò si trova sulla sinistra, l’appartamento l’avevamo avuto in affitto. Io andai a trovarla un paio di volte, con lei c’era sempre un ragazzo svizzero che le avevamo fatto conoscere e di cui si era innamorata”. Questo mise a verbale Accetti nel 2013 e questo lo stesso Accetti mi confermò l’anno seguente, nel 2014, al momento della stesura de “Il Ganglio”. Bene. Anzi, male. Uno scherzo del caso? Un fatto fortuito? Una dannata coincidenza? Ammettiamo pure di sì. E andiamo avanti.

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Veniamo così al secondo, nuovo e decisivo, tassello. Qui la fonte non è Accetti, ma una personalità ecclesiastica. Si tratta ancora una volta di un codice, molto raffinato, facilmente comprensibile soltanto in ambienti di Chiesa. Guarda caso, un codice contenuto in una delle 4 lettere spedite da Boston, scritte forse da mano femminile, attribuite all’epoca ai veri rapitori e non a mitomani. Boston: città nella quale si trovava la giovane donna molto vicina ad Accetti, di cui al verbale d’interrogatorio che sappiamo.
Ebbene, il testo di quella missiva dagli Stati Uniti (allegato 2) era già noto: i rapitori comunicavano con parole contorte (“preannunciamo una cospicua dimostrazione di nostra coerenza al reale desiderio delle richieste avanzate…”, ovvero la liberazione di Agca) quel che tutti gli esperti dell’epoca interpretarono come un macabro annuncio: l’uccisione di una delle ragazze in ostaggio (“episodio tecnico che rimorde la coscienza…”) causato, secondo il testo, dalle mancate risposte in Vaticano (“atto reso indispensabile dall’inerzia dei responsabili…”).
Bene, anzi malissimo.
A chi alludeva quella lettera? A Emanuela o a Mirella? Il dubbio continua ad aleggiare da 35 anni e adesso, finalmente, è risolto. Mancava una “firma”, per quando “sotterranea”, per poter rispondere. Ecco, la soluzione è arrivata: “Procurati la busta di quel messaggio e vedi il timbro con la data”, mi ha soffiato all’orecchio un informatore molto preciso. Fonte ecclesiastica, ripeto. Non Accetti. Va d’altronde dato per scontato che il giovanotto di allora, che 30 anni dopo si autoaccuserà di aver partecipato all’azione Orlandi-Gregori, nell’intrigo abbia esercitato un ruolo operativo, concreto, fattuale, in linea con le sue caratteristiche: egotista, di bell’aspetto, sveglio, innamorato di trame e complotti, abile insomma nel far cadere qualche ragazzina in un tranello, in nome e per conto di qualcuno molto più in alto di lui. Potrebbe aver anche “gestito” la scrittura e l’invio da Boston delle lettere di rivendicazione, Accetti. Certo. Come da lui dichiarato e come tanti indizi fanno ipotizzare.
Ma è al contrario da escludere con decisione che sia stato lui il regista, l’ideatore dei testi, e men che meno uno dei mandanti. “Procurati la busta e vedi il timbro con la data”, mi ha suggerito la fonte.

L’ho fatto: la data era 15 ottobre 1983 (allegato 3) “Quella data non è a caso”, ha aggiunto. Perché?, ho replicato. “Perché il 15 ottobre è il giorno della morte di Santa Teresa d’Avila, ricorrenza veneratissima dall’ordine dei carmelitani scalzi”. Il collegamento, pur senza scrivere il nome della santa, sarebbe dunque balzato agli occhi alle controparti religiose dei rapitori di Emanuela e Mirella. Elementare? Non troppo, il puzzle è indubbiamente complicatissimo: ma a voler analizzare con pazienza e spirito analitico i fatti, l’enigma si illumina oggi di nuova luce, come non mai.
Le domande sono queste. Attraverso il 15-10, e quindi tramite il richiamo a Santa Teresa, si voleva in realtà alludere a via di Santa Teresa, e quindi al nascondiglio della Gregori? Il “preannuncio della cospicua dimostrazione di nostra coerenza”, insomma, stava a dire che proprio in quelle ore Mirella sarebbe stata uccisa? Potrà sembrare incredibile, eppure proprio questa si impone come la pista di gran lunga più concreta, logica, nitida, e soprattutto sostenuta da indizi macroscopici e dal contesto, vale a dire da ciò che accadde in quell’ottobre 1983. Fu in quel fine estate-inizio autunno, infatti, che la figura di Mirella balzò in primo piano in quanto i rapitori fecero pervenire alla famiglia una lettera che precisava gli indumenti indossati dalla ragazza e soprattutto per il coinvolgimento personale del presidente della Repubblica Sandro Pertini, che il 20 ottobre lanciò un toccante appello ai sequestratori (“un raggio di pietà illumini il loro animo”) attraverso l’agenzia Ansa (allegato 4).
Perché il Quirinale si sbilanciò tanto? Fu un fatto insolito, inaudito. Un capo dello Stato solitamente non si espone per una delle centinaia di ragazze che spariscono ogni anno. Già, come spiegarlo? Forse perché, tramite canali privati, Pertini aveva avuto la prova delle pessime intenzioni dei rapitori, specificamente sulla Gregori, e il suo fu un estremo e disperato tentativo di salvare la ragazza?
Più che altamente probabile, lo si può dare per certo. La logica dei fatti e degli incastri, stavolta, più che difficilmente confutabile appare solida, granitica.
Da Garramon alle ragazze sequestrate, in conclusione, il passo è breve.
A patto che le prove le si voglia vedere, che si abbia la capacità e la pazienza di decifrarle e che l’indagine sia per così dire “neutra”, pulita, in buona fede, ispirata ai soli fini di accertamento dei fatti e di giustizia.
Prima i codici 375 e 158, poi il “messaggio celato” nel verbale d’interrogatorio, ora l’evidenza di riferimenti “criptati” talmente preoccupanti, sulla sorte di Mirella, da far scendere in campo addirittura il presidente della Repubblica.
Mirella Gregori fui davvero indotta a cadere in un tranello, forse tramite la presenza di un ragazzo che le piaceva, e portata in via di Santa Teresa? E in seguito, sul finire di quell’anno, cosa accadde? Davvero fu trasferita in un appartamento all’Anagnina, come emerso in tempi recenti da un’altra fonte autorevole, anch’essa ecclesiastica?
Lo vedremo. Di certo mai nessuno in 35 anni aveva compreso i retroscena di quella inusitata dichiarazione pubblica di Sandro Pertini, che sarebbe interessante rileggere riga per riga, parola per parola. Il Quirinale era informato e tacque dettagli rilevanti dell’enigma Orlandi-Gregori? Certamente sì, senza tema di smentite. Adesso, alla luce delle nuove chiavi di lettura, la traccia si impone in modo talmente netto che sarà difficile non percorrerla.
Avanti. La riapertura dell’inchiesta giudiziaria, anche sulla base dei nuovi indizi (che questo Gruppo di G.I è pronto a consegnare all’autorità inquirente), non appare più un obiettivo impossibile, in nome di verità, giustizia e trasparenza.

Nelle foto: Mirella Gregori con papa Wojtyla durante la visita di una scolaresca in Vaticano. Questa immagine, secondo alcune ricostruzioni, potrebbe essere stata utilizzata nell’ambito del ricatto all’ombra della Santa Sede attuato proprio grazie al sequestro di Mirella (che non era cittadina vaticana) e di Emanuela (residente invece dentro lo Stato Pontificio); il palazzo di via di Santa Teresa dove Mirella sarebbe stata rinchiusa all’indomani della scomparsa, che si trova a poche decine di metri dalla sede della Nunziatura Apostolica dove nei giorni scorsi sono state rinvenute le ossa e i resti di due persone

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