Mi sembra evidente: Netflix ha una passione per i prodotti che indagano l’animo umano. Dal serio al faceto.  Da prodotti di qualità a prodotti più scadenti. Da super eroi disfunzionali (The Umbrella Academy) a ragazzini problematici (Animas).

Poi ci sono quelle cose a metà strada. Che non sono né carne, né pesce. Almeno, secondo me.

L’altra sera ho deciso di guardare Split. La storia di un serial killer, Kevin Wendell Crumb, che rapisce tre adolescenti. Liberamente ispirata a quella di Billy Milligan, serial killer attivo in America negli anni 70 (periodo fertile per i SK, quello. Ted Bundy “lavora” in quel periodo).

Una storia potenzialmente interessante, soprattutto contando le implicazioni anche giuridiche che il caso Milligan ha avuto: per la prima volta, infatti, il disturbo dissociativo dell’identità viene riconosciuto come patologia e non più come nevrosi, permettendo così a Milligan di essere dichiarato insano di mente.

Quindi sulla carta questo film è una bomba. Si, ma solo sulla carta. O almeno, fino a un certo punto. Fino a che la parte thriller non cede il passo alla fantascienza più misera e puerile diventando un horror che spaventa solo per la banalità delle sequenze.

E fa pure un p0′ incazzare, a dirla tutta. Delle donne sono state uccise, nella realtà vera, banalizzare così la loro morte inserendo la nota sovrannaturale è oltremodo oltraggiosa.

Certo, il film è liberamente ispirato da… ma mi sembra davvero svilente.

Il disturbo dissociativo dell’identità è qualcosa il cui solo nome evoca la sofferenza che cela.

Ridurla a scivolamenti di personalità così banali è indecorosa. Il passaggio da una personalità all’altra  come se il protagonista buttasse giù una pastiglia delle dimensioni dell’augmentin senza acqua. L’apoteosi finale, la nascita della ventiquattresima personalità che è LaBestia che risulta qualcosa di altamente caricaturale. E il modo per far ritornare Kevin? Dire il suo nome per intero… come se fosse un rito magico. Come si fa con gli esorcismi. No. questo film davvero è un’occasione sprecata per rappresentare il disturbo dissociativo.

La disgregazione dell’io come difesa da abusi, maltrattamenti e traumi subiti che generano il DDI. Un po’ come Voldemort che divide la sua anima e la rinchiude nei vari horcrux. Solo che lui lo fa per perdere la sua umanità. Qui si parla di bambini che per difendersi da quello che subiscono, quello che vivono, quello che sperimentano, quello che provano si rompono in tanti pezzettini. Come un vaso di cristallo che cade e si rompe.

Si rompono anche loro in un tentativo estremo di difendersi, di proteggersi. Di conservare la loro umanità. I passaggi da una personalità all’altra li immagino come estremamente dolorosi. Come estremamente faticosi, che richiedono un dispendio di economia mentale non indifferente.

In Billy Milligan che qui diventa Kevin Wendell Crumb vivono 23 personalità diverse. Pensate che fatica dover creare ventitré personalità, dar loro un nome un volto una storia una voce.

La storia raccontata in Split mi ha fatto venire in mente un melograno… un melograno split.

Una buccia dura, dentro la quale ci sono tanti semi. Tantissimi.

Certo, un film deve raccontare la storia e può (forse) permettersi di ridicolizzarla inserendo note assurde.

Un bravo terapeuta deve, però, prima di tutto capire che ha di fronte un melograno e non un sasso; conoscere i chicchi e poi cercare di ridargli un’unità.

Come il vaso di prima, quello di cristallo caduto. Si è rotto e quindi bisogna cercare di rimetterlo insieme. Certo, il rischio che dei pezzi siano andati perduti per sempre c’è. Ma si può e si deve tentare. Questo è il compito di chi professionista lo è davvero.

Ma anche se il tentativo fallisce non bisognerebbe mai arrivare a ridicolizzare il dolore delle vittime. E non parlo solo delle vittime di tutti i Billy Milligan del mondo e di tutti Kevin Wendell Crumb della finzione. Parlo anche di Billy Milligan e Kevin Wendell Crumb. La dissociazione dell’identità è il risultato, come già detto di abusi subiti nell’infanzia. Sfido a trovare qualcuno che neghi che un bambino la cui infanzia sia stata negata e violata al punto di doversi dividere per sopravvivere non sia una vittima.

Si, certo. Nello specifico sono diventati autori di reato. Ma sono dell’idea che le persone insane di mente, quelli che chiamate comunemente “pazzi”, siano, anche quando commettono un reato, delle vittime: se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo cantava qualcuno che la sapeva più lunga di me.