Incorona Chiamparino, come era inevitabile. A Renzi, anche se implicitamente, invece manda a dire che le sfide «sono troppo complicate per un uomo solo al comando» . E assicura di averne parlato con lo stesso Matteo. Se la disponibilità data dal presidente della Regione Piemonte a ricandidarsi è un «capitale da reinvestire», il segretario del Pd Maurizio Martina, non sembra altrettanto entusiasta da un ritorno del big fiorentino.

«Hanno fatto male le divisioni – aggiunge – ma so con certezza che un partito non si comanda, si guida». «Se fai sempre un corpo a corpo con tutti si fa fatica» perchè in questa fase serve il contributo di tutti.

Così Martina, alla Festa dell’Unità di Torino liquida la questione: «la leadership fa tanto nel confronto di questi tempi – osserva – ma non è tutto». Anche Martina, che ancora una volta raccoglie apprezzamenti, ma non scalda il pubblico che pur numeroso lo accoglie negli spazi di corso Grosseto, potrebbe quindi succedere come segretario al Martina transitorio. Ma non è tempo di candidature. Prima, spiega il segretario Pd, bisognerà mettere il congresso in sicurezza. Vale a dire prepararne i contenuti. Primo fra tutti la questione della democrazia.

La democrazia è a rischio ripete Martina. Il governo sta conducendo un gioco pericoloso sul piano democratico, sociale e morale. Cita il falco americano Steve Bannon ex braccio destro di Trump e ricorda che «quando i sovranisti hanno un problema devono inondarlo di merda». E così anzichè cercare soluzioni, i gialloverdi cercano nemici. È accaduto con la Diciotti, con Genova, con l’Ilva, spiega. Difende il valore della mediazione e del compromessso, perché chi non fa compromessi «fa le nuove guerre».

«A dieci anni dalla nascita del Pd – dice Martina- il problema non è di cambiare nome, ma ridare attualità alla sfida democratica». All’esterno , avverte, come all’interno del partito. Il congresso, quindi, che dovrà comunque concludersi entro le europee avrà i tempi giusti. Intanto il forum di fine settembre del partito proverà a tirare le fila dei temi sul tavolo. Tra questi la ricostruzione del rapporto con i ceti popolari, anche se ribadisce Martina Il Pd non è un partito delle Ztl, vale a dire dei ricchi centri storici, ma è un partito popolare. L’Europa, a cui dare nuove gambe, contrastando invece chi la vorrebbe disgregare come il premier ungherese Orban. A cui dice: «non voglio per il mio Paese un orizzonte all’ungherse, sono Paesi che non possono darci lezioni sul piano democratico».

Ma anche i temi sociali, perché come già prima è avvenuto negli Usa, sta cambiando anche da noi il rapporto tra le persone e la comunità, e non si può liquidare questo fenomeno – che Martina chiama “il mostro” – con una battuta. Il lavoro, perché anche quello indeterminato, non è più quello di dieci anni fa «ma noi non ci siamo attrezzati a comprenderlo». Dalla nascita del Pd è cambiata la sinistra, ma anche la destra di Trump, l’America dei dazi, non è più quella di Reagan o di Bush. E sull’onda di quanto ha annunciato Macron in Francia, sdogana il reddito di cittadinanza: «C’è una questione vera di reddito di base delle persone», dice Martina.

Prima dei legittimi confronti e sfide personali sulla futura leadership del partito bisogna affrontare questi temi. Ma c’è anche spazio per combattere il governo, che sta dando segni di follia, sui vaccini, sulle periferie, sui giudici, o visto che siamo in Piemonte, sull’alta velocità preferendo la propaganda alle sue responsabilità. «Lo spazio dell’alternativa a questo governo è più grande di quello che appare», afferma Martina che si dice pronto alla battaglia: «sono il primo a volerla», giura.