In queste ore si sta sviluppando, su tutti i media, un acceso dibattito che riguarda la figura di Sergio Marchionne.
Tralasciando l’aspetto dell’educazione, per cui bisognerebbe evitare dibattiti su una persona che versa in gravi condizioni di salute, resta certamente il fatto che questo vortice opinionista sta ormai dilagando ovunque e pare essere inarrestabile.
Siccome ritengo centrale la questione del rispetto nei confronti dell’uomo della sua famiglia, non parlerò di Marchionne in questo articolo, ma proverò a soffermarmi sulle ragioni che animano sostenitori e detrattori del suo operato. 
Il manager abruzzese ha preso le redini di Fiat nel momento peggiore della sua storia e attraverso una serie di scelte dure come tagli, delocalizzazioni e fusioni, l’ha oggettivamente salvata da un fallimento che pareva inevitabile.
Ora, il dibattito che si sta costruendo in queste ore, vede due schieramenti: da un lato coloro che sostengono la sua azione considerandola l’unica via praticabile per salvare l’azienda e quindi la maggior parte dei suoi posti di lavoro e la sua esistenza stessa e chi, dall’altro lato, identifica invece Marchionne come il simbolo del capitalismo selvaggio, che per preservare i profitti divora e sputa migliaia di lavoratori e interi stabilimenti.
Il fatto è che nessuna delle due posizioni è totalmente esatta, ma ci sono porzioni di verità in entrambe.
Dice bene chi segnala che sono stati gli stabilimenti italiani a fare le spese più grosse della crisi di Fiat e che il lavoratore non dovrebbe essere tenuto a fare le spese delle crisi produttive come se fosse un oggetto usa e getta alla mercé di manager e azionisti.
Tuttavia dice bene anche chi sostiene che senza le terapie shock di Marchionne oggi Fiat probabilmente non esisterebbe più, come è accaduto a diverse altre aziende italiane che non ce l’hanno fatta. Meglio perdere qualche lavoratore che perderli tutti?
La verità è che questo dibattito, come spesso accade sui media, si muove su un livello piuttosto superficiale, aggressivo e assertivo, all’interno del quale l’opinione pubblica si posiziona solo in virtù del suo ancestrale bisogno di trovare un colpevole, nel quadro dell’eterna lotta dell’uomo con la sua fallibilità. 
Marchionne ha fatto degli errori, chi l’ha preceduto ha fatto degli errori, la politica in Italia ha fatto degli errori, i sindacati hanno fatto degli errori, gli attori economici hanno fatto degli errori, i protagonisti del capitalismo finanziario fanno degli errori.
Il problema forse è che ci stiamo limitando ad una ossessiva ed inutile ricerca dei buoni e dei cattivi, invece di cogliere l’occasione per aprire una riflessione seria sul sistema produttivo italiano e sulla sua crisi profonda, per la quale non riusciamo più ad essere abbastanza forti da garantire continuità ai nostri lavoratori e ad essere abbastanza competitivi sul mercato globale da garantire futuro alle nostre aziende.
Ancora una volta, invece di provare a pensare ci accontentiamo di criticare, invece di provare a migliorare ci accontentiamo di constatare.
Visto che i riflettori sono puntati su un caso scuola per il sistema produttivo italiano, che è quello Fiat, perché la politica e i corpi sociali (sindacati, innovatori, associazioni industriali) non decidono una volta per tutte di sedersi ad un tavolo e parlare del futuro italiano? Di provare a farlo per mettere sul piatto ognuno le proprie esigenze, con l’obiettivo di farle convergere, invece che di contrapporle a mezzo stampa?
L’Italia avrebbe bisogno di politici, di rappresentanti e di imprenditori che ci dicano: come si può salvare un’azienda senza farlo sulla pelle dei lavoratori, come si può evitare che l’Italia diventi la periferia d’Europa e del mondo, come si può far sì che l’economia della conoscenza e dell’innovazione ci consentano di superare i limiti di capacità produttiva che abbiamo per nostra natura.
Evitiamo che questa brutta storia diventi l’ennesimo metro di misurazione della vera sinistra, sulla base del quale dividere il mondo in nemici e amici del popolo, perché le complessità dell’economia e della storia non meritano queste semplificazioni banali.
Facciamo sì che la storia diventi un insegnamento e non una condanna, perché altrimenti fra dieci anni ci troveremo a discutere di un Paese dove gli stabilimenti continuano a chiudere, i lavoratori a non capire, le aziende a fuggire e noi saremo incazzati uguale, ma disperati molto di più.