di Mario Sechi

Big Bang. E’ il nome dato dagli inquirenti all’inchiesta contro la ndrangheta a Torino che ha portato all’arresto di venti affiliati all’organizzazione mafiosa, alla chiusura di alcuni locali e alla confisca di beni. Un’inchiesta che, come con grande puntualità e capacità di sintesi ci racconta sulle pagine della Stampa Giuseppe Legato, svela il livello inquietante che ha raggiunto l’infiltrazione criminale nei nostri territori, il grado di condizionamento e minaccia che è in grado di esercitare su commercianti ed operatori economici, il senso di potere che pervade i criminali che si sono insediati nella nostra città e che li porta a definirsi i padroni di Torino.

Mette i brividi scoprire che tutto ciò è quotidianamente intorno a noi, che senza rendercene conto conviviamo a stretto contatto con un’organizzazione criminale potente e pervasiva. Chissà quanti di noi hanno preso un caffè, bevuto una birra nel bar di via di Nanni. Quanti in quel ristorante alle porte palatine hanno pranzato o preso un aperitivo, quel ristorante che è a sei metri da un commissariato di Polizia.

Big bang non è un fulmine a ciel sereno, non è la prima inchiesta sulla presenza della ndrangheta a Torino e in Piemonte. C’è stata Minotauro, Alba Chiara. Ci sono montagne di carte investigative e processuali a raccontarci di un cancro attecchito da decenni nella nostra città e che ha diffuso e diffonde le sue metastasi ovunque, che consente all’assassino di Bruno Caccia di vivere indisturbato facendo, tranquillamente protetto per trentadue anni, il panettiere in piazza campanella.

Non c’è bisogno di essere un esperto di mafie e di criminalità organizzata per capire che, se l’esecutore di un delitto di quella gravità ed eccellenza si sente tranquillamente protetto in questo territorio da restarci, tutt’altro che nascosto o barricato, per più di trent’anni, allora questo territorio, quello in cui noi viviamo, lavoriamo, cresciamo i nostri figli, è per la criminalità organizzata, e in particolare per la ndrangheta, un luogo il cui livello di omertà e silenzio, persino più che a Locri come dicono i Carabinieri, garantisce accoglienza, sicurezza, ospitalità.

Eppure la notizia di quest’inchiesta, se si escludono appunto le cronache sulle pagine locali di Giuseppe Legato sulla Stampa o di Jacopo Ricca su Repubblica, non raggiunge le prime pagine nazionali, non ottiene l’apertura dei telegiornali, né il buongiorno di Gramellini, non fa scattare le tastiere inquisitorie del Fatto Quotidiano o un bel post sul blog di Beppe Grillo. Nulla, tutto tace.

Perché?

Perché nell’inchiesta non compaiono nomi di politici e senza il coinvolgimento di qualche politico non c’è modo di usare l’inchiesta per una bella polemica, di quelle che gonfiano il petto e l’ugola, e hanno fatto la fortuna, dei Travaglio, dei Santoro e del comico altrimenti destinato all’oblio, sulla politica marcia e collusa. E per la stessa ragione, per il fatto che non vi siano propri esponenti coinvolti, perché un’inchiesta che si occupa “soltanto” di criminali di professione dà ai partiti l’alibi e l’illusione per non sentirsi chiamati in causa, come se la cosa non riguardasse la politica. E invece la riguarda, eccome.

Siamo malati. Intossicati da vent’anni di velenosa contrapposizione fra giustizialismo e garantismo specularmente interessati e strumentali. Perché la sete di giustizia, anche quella che non guarda in faccia nessuno, è alla base della democrazia, così come sacro è l’approccio di garanzia alle cose di giustizia. Ma l’uso che si è fatto dell’uno e dell’altro, su fronti contrapposti, per combattere una battaglia che era invece tutta politica ha generato mostri e danni e, oggi, rischia di lasciarci indifesi di fonte agli attacchi e alla minaccia criminale. Perché la contrapposizione strumentale fra una parte pronta ad usare anche il più lieve segnale d’indagine ( un’intercettazione, un avviso di garanzia) che raggiungeva l’avversario per provare a farlo fuori e l’altra parte invece determinata ad utilizzare i principi di garanzia, fra tutti ovviamente quello sulla presunzione d’innocenza o sul segreto d’indagine, come scudi per sfuggire alle proprie responsabilità, ha prodotto come risultato l’irresponsabilità della politica di fonte alla minaccia ed all’aggressione della criminalità organizzata. E’ un effetto drammatico e di incredibile pericolosità. E’ come se la politica non si sentisse chiamata in causa e quindi esente da responsabilità per il solo fatto di non avere propri esponenti coinvolti o di non sapere. Io non c’entro, io non sono stato informato, io non sapevo e quindi la cosa non mi riguarda e non ho motivo di occuparmene.

Ma come è possibile che vicende come quelle denunciate da quest’ultima inchiesta, e da altre prima, non riguardino chi fa politica, chi guida un partito o un movimento, chi di candida a governare il paese o ad amministrare una città?

In questo Paese, violentato e minacciato da organizzazioni come la ndrangheta, o la camorra, o Cosa Nostra, la democrazia che si organizza, i partiti, hanno senso se sono e sanno essere presidio di legalità, strumento di denuncia e contrasto dell’insediamento e dell’infiltrazione criminale nella società, nelle’economia, nelle nostre comunità e non solo al loro interno. Non basta tenere pulite le proprie liste, magari bastasse, occorre prendere possesso dei territori, presidiarli, riconoscere e denunciare i fenomeni d’infiltrazione, considerare la lotta alla criminalità una questione affidata alla risposta della politica e non solo della magistratura. Se non si individua la società reale come luogo della battaglia per la legalità, se ci si limita a tirare su barriere per difendere se stessi e accusare gli altri, prima o poi, le vicende di Quarto o di Ostia lo dimostrano, un punto meno presidiato nella fortificazione, un buco per passare, malaffare e criminalità lo trovano.

Ecco forse è da qui che dovremmo ripartire, tutti e, se mai fosse possibile, tutti insieme. Riprendere contatto con la realtà, studiare carte e storia della presenza criminale: modalità d’insediamento, percorsi e canali di penetrazione, settori e ambienti della società più esposti e costruire insieme le risposte, quelle normative, quando e dove occorre, ma soprattutto quelle politiche e democratiche, cominciando ad esempio con il riscoprire lo spirito e la vera funzione che hanno i partiti e che così bene è descritta dall’articolo 49 della nostra Costituzione.

Criminalità e malaffare si sconfiggono, a Torino, come a Roma, così come a Scampia o a Locri se la democrazia si riprende vie, piazze, quartieri e città e spazza via il mondo di mezzo, se l’interlocutore di un commerciante in difficoltà o di un giovane disoccupato è lo Stato, non lo strozzino o il caporale, se voti e preferenze impariamo di nuovo a prenderceli parlando con le persone e non facendoceli portare dai capiscala, perché si inizia con i capiscala, poi si arriva ai capibastone e prima o poi si finisce ai capi mandamento. Se, tornando a ciò che ci dice l’operazione Big Bang, tutto ciò che circonda un commerciante taglieggiato lo induce e lo convince a parlare, anziché star zitto, a denunciare, anziché subire. E’ questa la risposta che la politica deve saper dare all’aggressione criminale. Ed è urgente.