“100 anni di calcio e siamo solo al primo tempo” recita il logo dell’Unione Sportiva Dilettantistica Vanchiglia 1915, mentre un cartello posto all’ingresso del corridoio che porta al campo di calcio ammonisce: “se pensi di avere un figlio campione portalo in un’altra società”. Sono questi due eloquenti messaggi che esprimono l’orgoglio e la tenacia di questo storico sodalizio calcistico da sempre profondamente radicato con quel Borg del fum operaio in cui nel 1915 iniziò il suo viaggio mentre si scatenava la carneficina della prima guerra mondiale.

Ci sarà un motivo per il quale questa società resti così impressa in tutti coloro che hanno indossato la casacca amaranto?

«Quanti sono coloro che, con orgoglio e amore, possono dire: io al Vanchiglia ci ho giocato. Ragazzi di ieri, padri di oggi, nonni di domani, che non dimenticano di aver indossato quella maglia gloriosa» recita il ricco volume scritto da Paolo Montone “Cento anni di calcio e passione”, per il centenario della società.

Una fierezza che già si può scorgere in quei bimbi che si avvicinano al campo della Colletta con i borsoni amaranto quasi più grandi di loro. «Un posto dove se perdi non hai scuse» è il monito dei preparatori fin dai primi calci.

«I numeri sono confortanti e continuiamo a registrare una forte partecipazione di giovani e bambini in tutte le categorie. Un fatto per noi imprescindibile visto che non attingiamo per i fuori quota a giocatori di altre squadre» a parlare è il direttore generale Antonio De Gregorio, ex calciatore Vanchiglia, figlio del patron Eduardo.

Nella moderna struttura nel polmone verde cittadino del Parco della Colletta si allenano quasi 250 bambini (mentre il quadro complessivo conta circa 450 calciatori) seguiti da una ventina di preparatori che di fatto operano come volontari cui è riconosciuto un rimborso spese.  «Certo se non fosse per la passione e il legame a questi colori non sarebbero qui – con orgoglio De Gregorio precisa- tutto lo staff è composto da istruttori qualificati con patentino, ma senza genitori e appassionati che ci danno una mano sarebbe davvero dura seguire una struttura così grande, impegnata su così tanti fronti». 

«Una realtà sana che continua ad appassionare e divertire, fattore per noi fondamentale, come il rispetto delle regole, la correttezza e lealtà in campo e fuori.  Non è un caso se tanti genitori ci affidano con fiducia i loro figlioli già a 4 anni e mezzo per la fascia “primi calci”».

Un impegno collettivo che ha portato all’ambito riconoscimento di “Scuola Calcio d’Elite” per le stagioni 2017-18 da parte della FICG (Federazione Italiana Giuoco Calcio). Un premio per il ruolo socio educativo nel far crescere i giovani nello sport e nella vita. Questo nell’ambito di un programma che contempla anche periodici incontri con psicologi ed esperti coinvolgendo tutti i protagonisti sul campo, genitori, amici sviluppando tematiche come quella dello stress, mal di testa e le reazioni della psiche.

Un altro motivo di soddisfazione per la società amaranto è quello di poter mandare alcuni suoi talentuosi ragazzi ad allenarsi periodicamente presso il Centro Federale Territoriale Strutture della Federazione Calcio che, per il direttore generale, «rappresentano un concreto segno che anche nell’attenzione al calcio giovanile e ai tanto decantati vivai qualcosa si stia muovendo».

La Vanchiglia passion è testimoniata da tanti dirigenti. preparatori, quasi tutti ex calciatori, che continuano a prestare la loro opera con precise parole d’ordine: «I nostri ragazzi devono imparare a giocare e divertirsi con serietà in una realtà in cui tutti collaborano e dove più che i ruoli contano passione e responsabilità».

Su questo punto il dg De Gregorio lancia una frecciata verso i genitori:

«Per noi è importante togliere dei ragazzi dalla strada ma ci aspettiamo di più dal comportamento di alcuni genitori troppo lamentosi che a volte esagerano con i loro: “mio figlio gioca troppo poco”.  Si tratta di proteste, nervosismi che possono influenzare specie i più piccoli che invece qui si divertono. Non a caso siamo attentissimi non solo verso quanto avviene sul campo ma anche allo spogliatoio. Anche per questo ci sentiamo una famiglia con un grande amore per i più piccoli che si avviano al calcio».

Sono diversi i calciatori dal passato glorioso che tornano alla Vanchiglietta, dove non solo hanno dato i primi calci ma hanno avuto la possibilità di crescere e essere notati.

Tra questi vi sono protagonisti del calcio italiano degli anni 70 come il difensore  Claudio Onofri del Genoa e Paolo Sollier, il centravanti militante del Perugia famoso per il suo pugno chiuso levato al cielo. Sollier torna ogni anno per un memorial dedicato al suo papà Gianbattista storico magazziniere della squadra. Il successo di Onofri che Sollier è legato ad uno storico personaggio del Vanchiglia: Matteo della Riva. Un vero scopritore di talenti.

Altri ragazzi del Vanchiglia Calcio che si sono imposti fino alla serie A in tempi più recenti sono il difensore torinese (nato a Barriera di Milano) Simone Loria e l’attaccante Andrea Gasbarroni (che ora gioca in eccellenza nel Pinerolo). Di questi due calciatori sono esposte le maglie autografate sopra un nugolo di coppe, cimeli e foto ricordo che testimoniano in modo eloquente la lunga storia di questa incredibile ed originale esperienza sportiva.

Le giovani promesse del Vanchiglia Calcio sono spesso sotto la lente di osservatori, in particolare della Juventus e del Torino: «Se riceviamo una formale richiesta possono passare in altre squadre», precisa Antonio De Gregorio, ricordando come tra i nuovi talenti ci sia il 17enne di origine senegalese Mamadou Kaly Sene che si sta confermando nella Primavera della Juventus.

Con orgoglio il direttore generale del Vanchiglia ricorda come sia stato lui a scoprirlo facendolo esordire anche se giovanissimo nel campionato eccellenza in cui ha subito dimostrato un indubbio talento che ora va fatto crescere con attenzione.

Ma com’è cambiato il calcio giovanile oggi?

«Oggi – risponde il responsabile della scuola calcio Marco Spadaforaè di fatto impossibile giocare a pallone per strada o nei cortili come accadeva un tempo e se non ci fossero le scuole calcio questi ragazzi non avrebbero alcuna chance di potersi esprimere – e aggiunge – proprio per questo trovo i ragazzi in genere più delicati e sensibili di un tempo. Insomma meno pronti a saltare una corda, a fare una capriola, un ruzzolone perché manca quella palestra di base che un tempo era il cortile o il campetto in cui si giocava con due sacche come porta per poi tornare a casa contenti anche se con le ginocchia sbucciate e qualche livido».

Tutti i preparatori in tuta amaranto insistono sull’importanza del fattore educativo e non lesinano punizioni ed esclusioni quando qualche tesserato non si comporta bene, indipendentemente dalla sua abilità con il pallone. Anzi, c’è maggior severità proprio verso quelli che si ritengono più bravi.

E come vi comportate verso chi sembra meno bravo con il pallone? «Giocando si migliora – risponde Antonio De Gregorio – e non è detto che un bambino che subito non sembri particolarmente portato per il calcio poi non recuperi. In ogni caso qui ha la possibilità di vivere e fare sport, condividendo con altri compagni un’esperienza collettiva che va ben oltre il fatto meramente sportivo».

La gestione di stampo familiare del Vanchiglia Calcio vede al timone il presidente Eduardo De Gregorio insieme ai suoi tre figli, Enrico, Donato e Antonio, tutti ex giocatori, che occupano ruoli guida della società, con l’aiuto di diversi collaboratori e preparatori, cui si aggiunge la costante presenza della moglie Vilma impegnata ben oltre il suo ruolo ufficiale di segretaria amministrativa.

Il patron Eduardo ricorda come, grazie al suo intervento, si superò con una decisa svolta un momento difficile in cui fu necessario un profondo e improrogabile riammodernamento dei campi da gioco e dell’intera struttura. Uno sforzo voluto dal presidente che si impegnò direttamente per le spese per realizzare un campo a 5 ed uno a 8, oltre al classico campo da 11, tutti in sintetico.

Per il presidente «è ora  che il Vanchiglia torni a vincere». Questo dopo che nel 2018 si è aggiudicato il campionato promozione e ora ha come obiettivo il non facile titolo regionale. Le premesse sono molto buone e trovano conferme in risultati positivi che lasciano ben sperare in diverse competizioni, compresa la prima squadra.

Sul piano finanziario da via Ragazzoni si evitano lamenti: «La carenza di fondi vale per tutte le società dilettantistiche – commenta in modo secco Antonio De Gregorio –  e riusciamo ad andare avanti grazie agli introiti del bar, l’affitto dei campi e a tanti sponsor locali che ci confermano la loro fiducia e simpatia nel tempo.  Certo questa è una struttura costosa si pensi solo alla manutenzione degli impianti».

Lo “storico” del Vanchiglia Paolo Montone ricorda come «nelle varie vicissitudini, durante la seconda guerra mondiale, il vecchio campo di via Benevento, sempre a Vanchiglietta vicino alla Dora, sia passato alla storia per aver dato i natali calcistici a Carletto Parola uno dei più amati e forti attaccanti di quell’epoca». 

Un altro dettaglio interessante è che, fino agli anni 90, il campo non era certo bello come appare oggi, ma restava impresso nelle mente come una sorta di catino polveroso d’estate e fangoso d’inverno, circondato da case fatiscenti e macerie che, non a caso, veniva chiamato “Fossa dei leoni”. Una sorta di realtà luciferina che dava ulteriore carica ai giocatori di casa intimorendo gli avversari.

«Il nostro punto di vista è quello di una realtà di persone – conclude Montone – con una logica operaia in cui il calcio non va mai oltre al fatto di essere uno svago».

La favola dell’orgoglio Vanchiglia continua.

foto di ©Rawsht Twana