Si deve essere grati alla Procura di Torino per l’impegno profuso nell’indagine sui fatti di piazza San Carlo del 3 giugno 2017.

Il rinvio a giudizio della sindaca Appendino e di altre 14 persone, tra cui l’ex questore di Torino Sanna e l’ex capo di gabinetto del Comune Paolo Giordana, si distingue per un pregio né scontato, né secondario: quello di aver anteposto il pensiero alla tentazione di chiudere l’inchiesta cavalcando l’onda emotiva dovuta agli oltre 1500 feriti e alla morte di una persona, Erika Pioletti, deceduta in seguito alle ferite riportate.

Un merito da guardare con ammirazione nella fase in cui il Paese è attraversato da continui decisionismi che azzerano il senso della conseguenza. Tutto questo reggendo alla prova sottostante delle polemiche (che non sono mancate per i tempi non brevi dell’inchiesta) e di indagini parallele sulle cause del panico collettivo impadronitosi della piazza durante la proiezione sul maxischermo della finale di Champions League.

L’azione promossa dai magistrati dunque dà l’impressione di essere il frutto di centinaia di interrogatori, analisi, simulazioni, riscontri scientifici sempre un passo avanti rispetto al giudizio prevenuto e autoreferenziale e alla ricerca del capro espiatorio a tutti i costi.

Un percorso improntato al pensiero, che nel pensiero riconosce la via elettiva verso la giustizia che poco ha da condividere con chi nelle ore immediatamente successive alla tragedia scaricava con rapidità e disinvoltura sulle spalle dei propri sottoposti l’intera responsabilità dell’accaduto.