Guglielmo Jervis era un piemontese d’adozione. Discendente da una famiglia inglese, era nato a Napoli nel 1901, si era laureato in ingegneria a Milano e aveva ottenuto un posto a Ivrea nel 1935 come Direttore della scuola apprendisti meccanici della Olivetti.

Esperto alpinista, Guglielmo faceva parte del Club Alpino Accademico Italiano, una sezione meritocratica del CAI formata da alpinisti che si erano distinti per attività alpinistiche di elevata difficoltà.

Dopo l’8 settembre 1943 si era unito alla Resistenza piemontese, come molti altri alpinisti avevano fatto in tutto il Nord, con il compito di trasportare oltre confine ex prigionieri di guerra alleati e profughi ebrei. Da lì in poi fu conosciuto come Willy.

È questo un fenomeno poco conosciuto, ma che ebbe una importanza strategico-logistica fondamentale per quanto riguarda la lotta al fascismo. Non solo escursionisti dilettanti, ma esponenti del CAI e grandi alpinisti parteciparono attivamente alla Resistenza, portando dispacci e pattugliando territori che per molti altri risultavano inaccessibili a causa dell’altitudine, della neve e del terreno impervio.

Lassù, tra le nuvole, nelle terre alte, c’era una seconda Resistenza, fatta di freddo e di bivacchi.

Il giorno della cattura e la fucilazione
Nominato Commissario Politico regionale delle formazioni “Giustizia e Libertà” piemontesi, Willy Jervis venne arrestato l’11 marzo 1944 da una pattuglia di SS presso il ponte di Bibiana perché sprovvisto dei documenti di circolazione della motocicletta che stava guidando.

Trasportato alle Carceri Nuove di Torino, purtroppo non riuscì a disfarsi delle relazioni partigiane che aveva con sé. Rimase in cella per cinque lunghi mesi, aspettando la condanna, e subendo feroci torture. Riuscì a scrivere tuttavia, clandestinamente, intense lettere alla moglie.

Infine, il 5 agosto 1944, venne portato a Villar Pellice, dove – insieme a quattro compagni – venne fucilato nella piazza del paese. Il corpo fu trascinato nella polvere e poi impiccato, come esempio, ad un albero.

Il giorno seguente, accanto al corpo di Willy fu ritrovata una Bibbia tascabile che portava sempre con sé. Prima dell’esecuzione, con uno spillo, era riuscito ad incidere sulla copertina un’ultima frase:

“Non piangetemi, non chiamatemi povero. Muoio per aver servito un’idea”.

Willy Jervis, alpinista e partigiano, è stato insignito nel 1950 della Medaglia d’oro al valor militare con la seguente motivazione: «Arrestato dalle SS tedesche e trovato in possesso di materiale di sabotaggio e di documenti militari, per giorni e giorni veniva sottoposto ad atroci, inaudite torture alle quali rispondeva, senza cedere un istante, ma anzi rincuorando dal carcere i compagni, col più stoico silenzio. Destinato al plotone di esecuzione dai tedeschi che ne dovevano, a titolo di ludibrio e di rappresaglia, impiccarne più tardi la salma sulla piazza di Villar Pellice, affrontava la morte liberatrice con la serenità degli eroi. Le sue ultime parole, trovate incise con uno spillo nella sua Bibbia tascabile, sono state: “Non piangetemi, non chiamatemi povero; muoio per aver servito un’idea”».

I due rifugi che portano il suo nome
Ad eterna memoria del sacrifico di Guglielmo Jervis, oltre ovviamente ai ricordi politici e storici, nei luoghi a lui più cari, le montagne, rimangono oggi due rifugi.

Il primo, inaugurato dal CAI il 21 luglio del 1946, al Pian del Nel, nel Parco Nazionale del Gran Paradiso; il secondo, costruito nel 1950, in Val Pellice.

Due rifugi intitolati ad un grande uomo, un cittadino che le vette più alte avevano trasformato in un grande patriota.

Come scrisse Guido Rey,«La Montagna è fatta per tutti, non solo per gli Alpinisti: per coloro che desiderano il riposo nella quiete come per coloro che cercano nella fatica un riposo ancora più forte».