L’assemblea del Partito Democratico piemontese è andata esattamente come previsto. La mancanza di tavoli di trattative: quelli veri dove si sta chiusi per ore in una stanza e si esce solo con un accordo, non ci sono stati. Né probabilmente si è mai avuta voglia di farli.

La forza numerica dell’accordo del duo Furia-Canalis ha ribaltato il voto delle primarie, dove Mauro Maria Marino era arrivato primo con il 41 per cento.

I vincitori indiscussi sono Stefano Lepri e Monica Canalis, gli unici che sono riusciti a rimanere “maggioranza” rispetto al quadro precedente.

Un capolavoro nato, sembrerebbe, anche grazie ad un escamotage sulle firme prese a favore di Bobba (che si era candidato e che poi ha ceduto il posto alla consigliera comunale), come abbiamo già raccontato su Nuova Società, per il quale nessuno è stato in grado di indignarsi a sufficienza. Come se nel PD l’allegra gestione delle sottoscrizioni fosse una prassi di cui manco vale la pena scandalizzarsi.

Dopo i festeggiamenti, ostentati come fanno i bimbi con le scarpe nuove, soprattutto da qualche supporter “social” – anche tra quelli che fino a pochissimo tempo fa associavano la parola “Sinistra” solo alla svolta in automobile, essendosi pure candidati contro Piero Fassino e tuonando sui mega manifesti 6×3 “Prima gli italiani” – Furia dovrà prendere decisioni in merito alla composizione della sua segreteria.

Nonostante qualcuno sia accecato dalla voglia di archiviare il renzismo, è stupefacente come alcuni intellettualoidi si prendano la loro rivincita, invece, grazie a chi ha fatto del renzismo il suo Vangelo.

Lepri e Canalis infatti sono stati renzianissimi della prima ora, prima ancora dello stesso Mauro Maria Marino.

Perfino l’ex Sindaco di Nichelino Pino Catizone, quello che di Leopolde ne ha fatte anche quando Renzi era un politico in fasce, è stato vittima di Lepri nelle precedente tornata elettorale.

Lepri infatti nel suo primo mandato da senatore è stato in quota Renzi, a scapito di Catizone. Idem la candidatura alle politiche del 4 marzo. Anche qui lo troviamo sotto l’ala protettrice di Renzi. In un articolo del 2017 dichiarava: «I cattodem stanno con Matteo Renzi» e ancora «I cattolici democratici in questa legislatura ci sono stati – rivendicava Lepri – La nostra visione del mondo non è un’etichetta utile in vista delle elezioni: noi abbiamo ispirato il nostro impegno politico alla nostra fede, non con spirito integralista ma forti delle nostre esperienze».

Per non parlare in quel di Roma, nel 2016, dove Monica Cirinnà (ora mozione Zingaretti, come Furia) relatrice del ddl omonimo tuonava, comprensibilmente, contro quel gruppetto di cosiddetti «cattodem» – da Lepri a Corsini a Emma Fattorini – «che hanno tenacemente boicottato la legge, mettendo zeppe di ogni tipo».

Da un articolo del 2016 sul tema stepchild adoption: «Io sono un renziano della prima ora – sosteneva Lepri – e resto un suo convintissimo sostenitore. Ma Renzi ha detto anche altre cose: ha detto che il dibattito nel Pd è aperto, che ci sono opinioni legittimamente diverse e che il governo rispetterà la volontà del parlamento e non ci saranno indicazioni di voto su questo tema».

Un altro argomento su cui Lepri ha cambiato idea, forse, è la Tav.

Nel 2011 dichiarava: «Non sono tra gli ultrà della Tav, ma sono parzialmente favorevole, con prudenza, essendovi anche buoni argomenti da parte di chi è perplesso – poi Lepri ha aggiunto – Un argomento enfatizzato è quello dell’eccessivo ottimismo sulle merci che dovrebbero essere sostenute tra Portogallo e Ucraina. Forse previsioni eccessive. Poi i rischi di impatto ambientale rievocate dalle devastazioni provocate dai cantieri dell’alta velocità al Mugello».

Le ultime segreterie regionali (con Lepri in maggioranza) mai hanno affrontato il tema espulsione di Sandro Plano (chissà come mai), le cui esternazioni “No Tav” hanno fatto storia. E ora? L’unica cosa certa è che Lepri è di nuovo in maggioranza e che Plano resterà tranquillamente iscritto al PD, nonostante continui a remare contro sulla Torino-Lione, cavallo di battaglia del centrosinistra.

Così come sono ascrivibili alla componente Lepri alcuni esponenti di un’area piddina No Tav. Tra questi Pacifico Banchieri, sindaco di Casellette, messo proprio da Lepri nella segreteria metropolitana quando era segretario Fabrizio Morri.

Insomma, verrebbe da chiedersi: che cosa avranno mai da festeggiare a sinistra se per governare il Pd Piemontese si sono legati mani e piedi ad antiabortisti renzianissimi della prima ora?

Ma di quale svolta a sinistra si sta parlando? Di quale archiviazione del renzismo?

La verità è che da questa primarie regionali il PD ne esce spaccato e che dopo i bagordi festivi questa lacerazione molto probabilmente verrà a galla. Con buona pace di Sergio Chiamparino.

Salvo che la presunzione insita in alcuni intellettuali di sinistra, si sforzi di descrivere il trasformismo di Lepri e Canalis come lungimiranza politica messa in atto per salvare il PD e non invece la necessità di rimarcare la propria posizione di potere che in questo modo è rimasta immutata.

È evidente che Furia dovrà prendere confidenza anche con la comunicazione all’esterno del Partito, dato che in pochi giorni i suoi supporter si sono affannati ben due volte ad insegnare agli altri come interpretare le sue interviste.

Insomma è sempre colpa del titolista, sembra essere la linea comunicativa ufficiale, anche quando nel corpo dell’articolo, virgolettato, si legge esattamente ciò che è riportato nel titolo, vedasi apertura di Furia ai delusi di Forza Italia.

Ah già: anche questa si annovera nella strategia di virata a sinistra del PD. La sera della proclamazione inoltre, su Instagram Paolo Furia si lascia sfuggire nel suo post dove annunciava la sua ascesa degli hashtag un po’ compromettenti, #sinistraitaliana e #zingaretti, alla faccia della ricerca dell’unità.

Risultato? Hashtag rimossi, insomma la toppa peggio del buco. Sarebbe bene, dunque, che Furia affinasse la sua comunicazione dato che non possono passare sempre per “gnugni” i lettori (e gli elettori).

A proposito di strategia, forse sarebbe opportuno che il PD non diventi il lazzaretto dei delusi. Chi parla ai delusi del M5S, chi a quelli di Forza Italia, chi a quelli di Sel. E nessuno che parli ai delusi “di casa” che, invece, nel PD ci sono rimasti.

Insomma, il Partito Democratico che non ha strategia diventa una “comunità di ex”, che probabilmente sono costretti a scegliere il meno peggio. E questo forse non va.