La storia di Stefano Cucchi e della sua morte provocata da un pestaggio subito a Roma all’interno di una caserma dei carabinieri ha riproposto la qualità morale ed etica delle parole che hanno accompagnato questi lunghi nove anni di ricerca della verità.

Per la stragrande maggioranza dei commenti, privati e pubblici, Stefano era “solo un tossico”. Il che equivaleva a giustificare, in forma neppure velata, che era morto com’era vissuto. Quindi quella fine se l’era meritata.
Un po’ come la celebre frase di Giulio Andreotti su Giorgio Ambrosoli, il liquidatore della Banca privata del mafioso Michele Sindona e da questi fatto uccidere l’11 luglio del 1979. All’epoca Andreotti disse che Ambrosoli “se l’andava cercando“.

Equazione che la viltà usa a 360 gradi e in tutti gli ambiti sociali per demolire chi con coraggio e passione cerca di grattare sotto la superficie per non diventare complice del cinismo e dell’indifferenza.
Era così anche durante gli anni del terrorismo, quando falsi rivoluzionari sparavano alle gambe di dirigenti d’azienda, quadri intermedi, giornalisti, e sottotraccia si percepiva l’eco infamante del giudizio fuorviante: “se lo hanno colpito, qualcosa avrà fatto”.

Ora con la confessione di un carabiniere che assistette al pestaggio, ma non intervenne, né sacrificò il suo quieto vivere per la verità anche in nome della pietas umana, quelle parole corali unite alla frase rivolta dal ministro dell’Interno Matteo Salvini “mi fa schifo” alla sorella di Stefano, Ilaria Cucchi, fanno riaffiorare il degrado cui è giunta la nostra società.

Nonostante questo, la parte sana di una comunità non dirà mai “fate schifo”. Non sarebbe da coraggiosi, ma soltanto un altro inno alla viltà.