Un confronto tra la situazione di ieri e quella attuale potrebbe sembrare azzardato, troppe le diversità, il contesto, la natura dei confini e la cartina geopolitica mondiale. Però le immagini, le storie, le facce, in maniera tangibile, raccontano ieri come oggi, il dramma dello spaesamento, dello sradicamento.

Le idee millenarie di solidarietà, fraternità, tolleranza, condivisione sembrano apparentemente inadeguate alla complessità del presente, mentre vince la logica della contraddizione, secondo cui “dove sono io, lì non può starci un altro”.

Eppure il nostro pensiero ha la capacità di moltiplicare gli spazi, mentali ed emotivi, e di inventare quelli che ancora non esistono, dischiudendo orizzonti e frontiere. Cosi è stato per Lino e Ousmane, due storie lontane nel tempo, ma cosi simili da colmare gli anni. Due storie che il Circolo Carpanini del Partito Democratico, in via Di Nanni 99 ha voluto raccontare.

Ousmane, 26 anni, rifugiato politico, è arrivato in Italia con la barca dal Togo, uno dei più piccoli stati dell’Africa occidentale.

«Era il 5 ottobre del 2016 – ricorda – Sono partito dal Togo e in quattro giorni, insieme ad altre 35 persone su una Jeep, abbiamo attraversato la Nigeria e il Camerun, sopravvivendo alla stanchezza e alla sete. Arrivati in Libia abbiamo trovato un barcone e senza meta, di notte, ci siamo avventurati in mare aperto. Non avevamo una destinazione, tutto era meglio piuttosto che rimanere li. Dopo otto ore in barca, abbiamo visto la costa, non avevamo idea di quale paese stessimo guardando da lontano. Era terra. La Sicilia. E allora pensi sono vivo, sono arrivato!».

«Da cosa scappavo? Non solo dalla miseria e dalla fame, io un lavoro ce l’avevo, ma non bastava nemmeno per sopravvivere. Il mio paese dal 2003 vive una profonda crisi istituzionale di cui ancora non si vede la fine. Da 35 anni il Togo è governato da un dittatore per nulla intenzionato a farsi da parte – racconta Ousmane – privando il paese della democrazia e del rispetto dei diritti umani. Cinque milioni di abitanti affogano nella miseria più nera. Oggi io sono fortunato, vivo in un Cas (Centri di Accoglienza Straordinaria, ndr) qui vicino Torino e lavoro in una ditta che aggiusta macchine per i gelati».

«Ancora non ho tanti amici qui, ma non è colpa della gente, sono io che sono tanto timido. Voglio restare. Voglio avere salva la vita».

A questo punto ad Ousmane, mentre parla, gli tornano in mente le parole del suo inno nazionale: «Che vengano i tiranni, il tuo cuore sospira per la libertà. Sveglia, Togo! Lottiamo senza sosta» e ripete «io sono davvero fortunato, mi sono svegliato!».

Anche decenni fa arrivarono tante persone nel Nord Italia, che vissero in soffitte e alloggi di fortuna, i Cas di quel tempo.

A portare Lino, 58 anni fa, è stato un treno, dalla Calabria: da Siderno, fino a Torino. Una famiglia numerosa la sua. Quando la madre rimane vedova decide di portare via tutti gli 11 figli.

Lino aveva tre anni.

«Grazie al primo lavoro da bigliettaio di mio fratello, abbiamo potuto fare richiesta per una appartamento nelle case popolari di via Lancia. Siamo cresciuti tutti in fretta, non c’era tempo per proseguire gli studi, bisognava lavorare, dopotutto eravamo partiti certi del fatto che avremmo trovato un lavoro per guadagnarci da vivere. Oggi noi saremmo quelli che chiamano “migranti economici” chissà se ci avrebbero fatto restare…»

«Ero piccolo, ma ricordo che dietro le prime frasi di diffidenza “è arrivato il terun”, rotto il ghiaccio, la solidarietà e la collaborazione della gente ci aveva fatto sentire subito a casa. Quando i soldi erano pochi, i negozi di alimentari vicino casa ci facevano credito, nelle serate più fredde ci si riuniva insieme ai vicini intorno alle stufe. Io questo lo chiamo calore umano. Quel che è cambiato oggi è il contesto, non le persone. Ai concittadini e alle istituzioni suggerisco di ricordare di essere gli stessi di allora, ricordiamoci della solidarietà che apriva le nostre case a chi era in difficoltà, ricordiamoci che il pregiudizio prescinde dalla realtà e che la paura è spesso frutto di impressioni che nulla hanno a che fare con le storie delle persone», conclude Lino.

Nei luoghi di arrivo l’immigrazione viene vissuta come temporanea: ci si illude che tutti al momento opportuno torneranno spontaneamente al loro Paese e che nel frattempo non esigeranno il rispetto dei loro diritti, che dimenticheranno famiglia, cultura e tradizione, si spoglieranno di qualsiasi individualità per mettersi al servizio incondizionato dei nuovi padroni.Oggi i futuri nuovi cittadini fanno lo stesso percorso, da Sud a Nord.
Una volta con il treno, oggi con la nave, ma alla fine la storia, le aspettative, sono sempre le stesse.