Ha sempre un fascino immutato il ring. Regno dei pugili, ma chi si attende bulli e palestrati deve cambiare idea.
Siamo in Via Modigliani 21, Torino sud. «Ho iniziato a praticare la boxe da ragazzo per fare attività fisica e la passione per questo sport mi è rimasta nel sangue» a parlare è Carlo Lomonte, consigliere di Boxing Club Torino, storica associazione pugilistica nata nel 1946.
Lomonte aggiunge: «Prima della tecnica sportiva siamo una scuola di vita, una disciplina educativa con alla base il rispetto dell’avversario e la gestione dell’aggressività. Qui ci sono persone di tutte le età, ceti sociali e abbiamo sfornato anche tanti campioni». Lo sguardo va verso le immagini appese che, oltre alle icone della box come Cassius Clay e Nino Benvenuti, ritraggono altri campioni che hanno dato i primi pugni in questa palestra. 

Il Boxing Club Torino è in uno spazio comunale della Circoscrizione 2 a cui l’associazione paga l’affitto. Emerge uno sport che, a differenza di quanto possa sembrare, può essere praticato da tutti e ora, tra la sessantina di iscritti della palestra, ci sono una decina di ragazze molto combattive e determinate.
«Quanti minuti servono per l’intervista?». Il presidente Salvatore Carlucci, fisico d’acciaio, interrompe gli esercizi che conduce con grinta, e precisa: «Questo è un ambiente pulito dove non si è mai registrato un battibecco e in cui convivono tranquillamente impiegati, studenti e pugili esperti che combattono anche a livello internazionale, mentre registriamo con piacere la crescita della boxe femminile». «Su le mani, alta la guardia», urla il presidente, levando lo sguardo verso due pugili impegnati con i sacchi, mentre altri due si allenano sul ring con uno sparring partner che prende i colpi sulle mani coperte da borchie gialle per quello che viene definito “peval training”.

Si avvicina il veterano e fondatore della palestra Angelo Carlucci che tutti chiamano con rispetto “maestro”. Un over 70 che con orgoglio mostra la sua tessera “numero 11” della federazione pugilistica alle sue origini. «Il nostro è un clima familiare e senza questo spirito non andremmo avanti. Per esempio io curo ogni dettaglio anche le pulizie e le continue necessarie riparazioni. Spese che non potremmo permetterci con esterni», e aggiunge: «Noi non riceviamo alcun contributo e viviamo, senza lamentarci, con le quote degli iscritti che sono alla portata di tutti. Anche chi non ama combattere qui può fare un’efficace ginnastica con corda, sacco e tanti esercizi. La nostra palestra e apartitica e non ci interessa la religione o il colore della pelle di chi qui si allena».

Ma cosa chiedete alle istituzioni? «Non chiediamo aiuti, – risponde Carlucci senior –  anche se sarebbero necessari per la nostra principale preoccupazione che è quella di assicurare un buon mantenimento generale della struttura».

Angelo, memoria storica della palestra ricorda i suoi inizi: «A 14 anni, era il 1957, aiutavo i miei genitori, che venivano da Brindisi, in panetteria». Il maestro ricorda come proprio i panettieri spesso sognavano di diventare ciclisti o pugili, gli sport un tempo più ambiti da chi era povero e cercava un rapido riscatto sociale. Il fondatore della palestra entra nei dettagli del suo incontro con questo sport: «Un uomo legato al mondo della boxe mi vide spostare un sacco di farina che pesava un quintale e mi invitò a seguirlo in una palestra di boxe. Fu un passo che decisi solo un anno dopo perché ero preoccupato ad entrare in un mondo che pensavo di violenti e vagabondi. Dopo anni di agonismo tra i dilettanti la mia scelta fu quella di allenare e di far crescere i giovani amando questo bellissimo sport. Una scelta determinata dal fatto che, anche se ancora giovane nel 1965, mi resi conto che nella mia categoria non vi era molta strada come professionista e invece di continuare nei campionati dilettanti mi sono dedicato ad insegnare e non ho più smesso». 

Angelo ha due figli, entrambi attivi nella palestra: Nadia come vicepresidente dell’associazione e, appunto, Salvatore presidente e allenatore.

Il veterano fondatore della palestra ricorda come il pugilato sia uno sport impegnativo che richiede una grande disciplina. «Se vuoi combattere oggi devi essere perfetto e solo pochi riescono a raggiungere livelli agonistici di rilievo».

Sono diversi i campioni che hanno realizzato il loro sogno professionistico partendo dal Boxing Club Torino. Tra questi l’europeo Maurizio Lovaglio, Manno Benoit, campione italiano pesi piuma del 2018, e Roberto Cotto campione nazionale pesi medi.

Il maestro mostra una foto dei primi anni 60, la figura della moglie Antonietta, con cui vive dal 1958 ed è sposato da 53 anni: «Lei è stata la vera allenatrice che mi ha sempre dato forza in questo sport che impone grande disciplina e sacrificio». Il veterano si mette poi con un’agilità e precisione sorprendente a mostrare come si debba colpire il sacco, ricordando che il pugilato non è solo pugni ma che risultano fondamentali i movimenti del corpo e la psicologia nel prevenire i colpi dell’avversario. «In questo una vera icona era Cassius Clay, che proprio grazie alla sua eccezionale mobilità e velocità, oltre che ai suoi pugni micidiali, è stato sicuramente il più grande in assoluto e l’emblema di questo sport» precisa Angelo.

Nel suo lungo cammino tra guantoni e ring Angelo Carlucci ha avuto modo di incontrare diversi protagonisti del pugilato vecchio e nuovo, tra questi Fernando Atzori, Duilo Loy e Nino Benvenuti, un pugile da lui definito “intelligentissimo”. Chiediamo al maestro come sia possibile che conosca tutti queste icone della boxe nazionale e non solo. «Un tempo i pugili venivano seguiti costantemente in ogni dove, anche per procurare dei combattimenti. Oggi i professionisti hanno i loro procuratori e quindi il nostro ruolo è ora più formativo che da manager».

Nel confronto tra la boxe di ieri e di oggi il veterano della palestra ricorda come un tempo vi fosse più fame, più passione, rabbia e voglia di emergere, mentre oggi prevale tra chi si avvicina alla boxe uno spirito sportivo senza pretese. 

 

Per quanto riguarda l’aspetto socio educativo non sono pochi i ragazzi con forti problematiche personali e familiari che in questa palestra hanno trovato un grande aiuto oltre che sportivo soprattutto umano. «Qui non c’è spazio per bulli e prepotenti siamo una famiglia e non chiediamo e non ci interessa dove o cosa facciano i genitori – precisa con decisione Angelo Carlucci – e grazie a questa disciplina abbiamo salvato diversi ragazzi destinati verso strade pericolose».

L’ultimo rilievo riguarda il rapporto tra società e federazione pugilistica: «Una volta era la Federazione ad aiutare le piccole società, ora siamo noi a finanziare la struttura nazionale. Tempi diversi ma qui nessuno si lamenta. In ogni caso questo non è solo uno sport ma un pezzo della mia vita».

Finita l’intervista si continua con una sequela di addominali.

 

Foto di ©Rawsht Twana