Non si sono placate le polemiche per l’ennesimo pezzo perso dalle produzioni Rai torinesi con il rifiuto, votato dai lavoratori, che hanno detto no alla commessa per la realizzazione della fiction “Il paradiso delle signore”. Una soap opera di ben 180 puntate che ora potrebbe venire prodotta da qualche altra sede. Pietro Gabriele, rappresentante Cgil SLC (Sindacato Lavoratori Comunicazione) Cultura del Piemonte, al centro di questa trattativa e delle annesse polemiche, si toglie diversi sassolini dalla scarpa.

Come vede oggi i termini della questione che ha messo in croce il suo sindacato?

Si è esagerato. Noi abbiamo rispettato le volontà dei lavoratori. La verità è che se si cede con i regolari, con i più garantiti, non ci sono più limiti per gli altri. Certo non mi aspettavo si arrivasse a livelli così bassi e scorretti. Nessuno ha sottolineato che quello non era un accordo ma una resa incondizionata. Un prendere o lasciare senza alcuna trattativa. Anche se qualcuno si è detto indignato per questo “rifiuto del pane” in tempi difficili. Giudizi affrettati spesso di persone non molto informate sulla realtà di questi contesti lavorativi. Mi hanno però confortato tantissime telefonate di solidarietà anche da parte di lavoratori di altri sindacati.

Ma ci spiega nei dettagli i perché di quel no all’accordo?

È un accordo che avrebbe bloccato i lavoratori per sei sette mesi senza ferie e con orari assurdi (70 ore). Una deroga al contratto nazionale pesante. E qui stiamo parlando di quelli con un contratto per non parlare degli altri, i precari. I più penalizzati. Infatti se gli interni devono lavorare 70 ore per gli esterni si può arrivare a 100 ore settimanali. A scanso di equivoci ricordo che abbiamo stipulato diversi accordi in questi anni e che i lavoratori della Rai e dello spettacolo non meritano simili umiliazioni. Questo anche per il fatto che non esiste il fancazzismo in questo settore. La gente lavora con piacere nelle produzioni ma certo non si può chiedere di arrivare a certi livelli.

Cosa intendete fare ora?

Dobbiamo seriamente riflettere e attivarci per superare questa fase di caos. Un periodo critico che, al di là degli accordi, sta seriamente mettendo in discussione la qualità e l’occupazione nei centri Rai torinesi. Questo mentre occorre comunicare con la città per rilanciare il lavoro della Rai a Torino. Ricordando il valore storico e non solo di questa istituzione nata a due passi dalla Mole il 27 agosto 1924 come Unione Radiofonica Italiana.

Come esce la Rai e i suoi vertici da questa vicenda?

Stranamente o volutamente l’azienda che ha in mano i fili del gioco è uscita dalle polemiche come se ne fosse appena sfiorata, in modo quasi elegante, ma i suoi giochi sono già decisi sulla base di interessi che non sembra abbiano al centro la città di Torino.

E quali controproposte avete in merito visto che vi dichiarate di non essere assolutamente del partito del no?

La verità è che senza una seria pianificazione e investimenti su Torino non si va da nessuna parte. Beh certo se ci fosse una seria volontà in tal senso e si occupassero le persone il problema delle 70 ore svanirebbe. Fosse per me la risposta sarebbe assumere due giovani a 35 ore invece di uno superstressandolo. La chiave si può ritrovare in seri piani condivisi che credono nel futuro della Rai torinese con un’occupazione che coinvolga più persone, più giovani per meno ore di lavoro. Insomma lavorare meno lavorare tutti con le giuste garanzie. Un trend che si riscontra in Europa.

Ma il discorso sulla fiction si potrebbe riaprire?

Certo, ci possono essere margini per recuperare ma attraverso una seria trattativa e non con degli ultimatum. A noi in fondo basta rispettare il contratto nazionale o ricorrere al modello produttivo di Napoli che prevede l’impiego di 10 ore per 4 giorni la settimana. O assumendo giovani lavoratori non per 70 ore ma a 35 per tutti. Ricordo che se i lavoratori non avessero respinto questa“roba” non ci sarebbe stato un accordo ma una perdita di dignità per un lavoro bello che merita una giusta retribuzione.

E poi incredibile che un’azienda pubblica come la Rai, che dà in appalto all’esterno ogni anno lavori per 400milioni di euro, non sia in grado di programmare una fiction importante che finisce su Rai Uno ricorrendo a metodi che pesano solo su lavoratori.

La città di Torino in qualche modo ha portato avanti un discorso di risparmi in Rai e siete stati molto criticati da esponenti della Giunta comunale

I risparmi non si fanno chiedendo di lavorare 70 euro la settimana con un ultimatum, condiviso dal Comune di Torino che non ci sembra abbia svolto un ruolo di mediazione

L‘amara verità è che la Rai non vuole fare produzione a Torino. I capannoni di Centovetrine a S. Giorgio canavese e le altre realtà abbandonate ne sono una triste testimonianza. E’ facile dire troviamo un accordo quando, come detto, siamo di fronte a una resa senza condizioni e senza dignità. In realtà dietro ai buoni propositi verbali, la politica dovrebbe far seguire dei fatti che agevolino investimenti e occupazione e che rendano più roseo il futuro dei tanti che lavorano in Rai a Torino.