E se un giorno lungo il cammino della vita l’uomo comune si trovasse davanti all’ennesimo muro alto? Ma questa volta molto alto. Il più alto mai incontrato. Dal basso del suo essere umano probabilmente penserebbe che sia impossibile valicarlo. Eppure avrebbe davanti la possibilità di scegliere se provare a superarlo, o tornare indietro.

Su un campo di calcio, il solito, quello sotto casa, nel sole del pomeriggio ormai primaverile, due squadre di bambini di 11 anni si stavano giocando la loro partita settimanale. Per loro una delle tante partite. Per gli adulti che li hanno accompagnati probabilmente la finale di Champions League.

Una partita spigolosa, a dir la verità, dove alla mediocre qualità tecnica si sopperiva con una buona dose di agonismo.Verso metà del secondo tempo, ad animi scaldati forse dalla temperatura piuttosto elevata per la stagione, l’allenatore della squadra ospite decide di fermare i propri giocatori e, con decisione irrevocabile, ritirare la squadra dal match. Già. La partita si conclude così.

Ora proviamo a pensare a tutte le volte in cui nei nostri cortili le partite finivano in questa maniera. E davvero crediamo si faccia fatica a ricordare epiloghi simili. E il perché risiede esattamente nel luogo comune titolo della riflessione di questa settimana. Non combattere rappresentava per noi la peggior sconfitta. Quest’epoca, ma come probabilmente tutte le epoche, la viviamo di conflitti sociali continui, bombardati da media che ci raccontano una realtà quotidiana difficile, sulla quale aleggia costantemente l’ombra dei soprusi, delle ingiustizie, delle prepotenze.

Ad un futuro incerto si aggiunge un presente da affrontare a gomiti alti. Ogni esperienza, che sia essa sportiva, sociale, scolastica o ricreativa è una vera e propria palestra attraverso la quale forgiare il carattere e delineare il tipo di uomo si sarà nella società del futuro. Ma ritirarsi no, non è un allenamento proficuo. E per di più, decidere di non combattere la propria battaglia è una scelta, decidere di non far combattere a qualcuno la sua battaglia è una responsabilità troppo grande e importante.

Ebbene quella partita non doveva finire così. A quei bambini, tutti, noi adulti abbiamo insegnato due cose: che basta dare qualche calcio negli stinchi per avere la meglio e che davanti ai muri alti non importa quanta strada si sia fatta e quante suole consumate, se quel muro è alto si può tornare indietro e smettere di combattere. E di sognare. È davvero questa la società del domani che vorremmo?

Noi crediamo di no. Noi speriamo di no.