Il 2019 finisce, e per i giornali è tempo di bilanci, oroscopi e classifiche. Tra i personaggi dell’anno Greta Thunberg va per la maggiore. Con la sua treccia e la ceratina gialla domina le prime pagine, lasciando a distanza eroi, politici e attori variamente assortiti. Tra le parole dell’anno, invece, non c’è un chiaro vincitore, come accadde nel 2017 con il termine “fake news”. Nel mondo anglosassone si è puntato sull’ambiente, il cambiamento climatico e anche  su “upcycling”, il riciclaggio, che da quelle parti non ha sgradevoli connotazioni malavitose. Qui da noi qualcuno ha pensato alle sardine, ma senza troppo entusiasmo.

Le cose sarebbero molto più semplici se invece della parola dell’anno i giornali scegliessero la parolaccia dell’anno, dove secondo me ci sarebbe un vincitore indiscutibile e indiscusso, l’acronimo inglese CEO, Chief Executive Officer, che nella sua pomposa magniloquenza suona meglio dell’italiano “amministratore delegato”.

Il presente, e purtroppo anche il futuro, è dei CEO. In tutto il mondo non si limitano a guidare  le loro aziende, ma controllano molte agenzie sovranazionali e condizionano le scelte dei governi in materia politica, economica e sociale. Il Financial Times spiega che guadagnano in media 254 volte di più dei loro dipendenti, e che nelle grandi aziende il divario cresce fino a 3000 volte.

Non c’è da stupirsi. Viviamo in un mondo dominato dalle disuguaglianze, e perfino Credit Suisse constata allarmato che il numero dei Paperoni sta crescendo, ma la ricchezza è troppo concentrata, e che le storture non sono soltanto tra classi sociali e regioni geografiche, ma anche tra le generazioni. I CEO, però,  sono riusciti in una impresa davvero notevole: costruire un sistema dove vincono anche quando perdono o si dimostrano totalmente inetti.

Le cronache di questi giorni raccontano delle liquidazioni milionarie ottenute da amministratori che hanno portato le loro aziende sull’orlo del baratro e a volte anche oltre. Di altri che hanno messo coscientemente a rischio l’incolumità altrui. Di altri ancora che restano misteriosamente in sella nonostante gli errori commessi, e continuano a pontificare sui giornali, proponendo ricette per uscire dalla crisi di cui sono i massimi responsabili. Negli ambienti degli informatici si ride ancora adesso ricordando la risposta che molti anni fa l’amministratore delegato dell’unica azienda informatica italiana, ora ovviamente defunta, dette a uno di loro che lo esortava a investire sulla nascente rete. “Internet – sentenziò quell’amministratore – non ha futuro”. Ma a volte si ride per non piangere.

Perché accade tutto questo? Come sono riusciti i CEO a diventare quello che sono? Accanto alle ovvie risposte che riguardano i massimi sistemi, e cioè il trionfo su scala mondiale del capitalismo nella sua versione più liberista e spregiudicata, non vanno sottovalutate le propensioni e i caratteri individuali. Se il tuo unico interesse nella vita sono i soldi, allora la facoltà di economia e un bel master in amministrazione aziendale sono quello che fa per te. E una volta entrato in azienda, bilanciando con attenzione opportunismo, spregiudicatezza e conformismo, potrai forse arrivare in alto, in una posizione dove potrai prendere decisioni che avranno conseguenze non soltanto sui bilanci aziendali, ma anche sui destini delle persone. Due aspetti che i neoliberisti considerano strettamente connessi, ma che nella realtà sono molto spesso alternativi. A quel punto dovrai decidere quale dei due aspetti privilegiare. Se sceglierai i bilanci, diventerai un vero CEO. Absit iniuria verbis.