di Bernardo Basilici Menini

Lo so. È cattivo giornalismo scrivere articoli in prima persona. Però sono costretto a farlo in quanto, oltre a prendermi la responsabilità denunciando quanto accaduto, mi sento toccato in prima persona dalla vicenda. Vivo con altri ragazzi in un appartamento in centro, dalle parti di Porta Susa, dove mi sono trasferito cinque anni fa dalla Toscana, per la mia professione di giornalista, ma anche per studiare.

In cinque anni ho condiviso l’appartamento con 14 persone diverse. Una si succedeva all’altra e non c’era niente che le accomunasse: religione, gusti sessuali, nazionalità. Ma non il colore della pelle, visto che tutti erano, usando termini della Louisiana anni Sessanta (capirete più avanti il perché), bianchi.

Fino a qualche settimana fa, quando una delle stanze viene messa in affitto con annunci sulle bacheche dell’università e sui gruppi Facebook. Forse non molti sanno che quando si affittano queste stanze a fare i colloqui sono i coinquilini stessi, proprio come nel film di Leonardo Pieraccioni “Un fantastico via vai”, una prassi consolidata negli anni in accordo con la nostra padrona di casa. E al colloquio questa volta si presenta un ragazzo di origine sudanese, africano. Il quasi trentenne parla cinque lingue, è laureato in ingegneria chimica nel suo Paese ed è in Italia con una borsa di studio dell’Ambasciata italiana per “Scienze della mediazione linguistica”.
Il ragazzo è simpatico, piace a tutti noi e decidiamo quindi di dargli la camera. Manca solo la firma del contratto che avrebbe dovuto siglare con la padrona di casa. Cosa che avremmo dovuto fare anche noi, visto che essendo cambiato uno degli intestatari, il contratto andava fatto ex novo, aggiungendo il nuovo nome. Ma la padrona di casa comincia a prendere tempo. Noi quattro, compreso l’ultimo arrivato, che intanto aveva già trasferito le sue cose dopo il nostro primo ok, chiediamo spiegazioni del ritardo della sigla del contratto. La padrona abbozza scuse: «Forse l’alloggio serve a mia figlia», «Ci devo pensare».
Tutto questo avviene telefonicamente, mentre noi vogliamo concludere prima delle vacanze per non ritrovarci poi a settembre tutti quanti senza un tetto e a dover, come tanti studenti fuori sede, lottare e “strapagare” per una stanza. Finalmente riusciamo ad avere un colloquio di persona. Vado io a nome di tutti. Faccia a faccia la padrona di casa mi dice che non ci sarà un nuovo contratto. Chiedo il perché, specificandole che la scusa della figlia a cui serva la casa non regge. E lei candidamente ammette: «Se una persona mi sta antipatica per il colore della sua pelle sono libera di non volerla in casa». Ecco la vecchia e “cara” Louisiana.

Rimango a bocca aperta. Senza parole. Quando mi riprendo le faccio notare che quello che ha detto, oltre a essere orribile, è un reato penale (discriminazione razziale). La signora non sembra sconvolta. Anzi, mi fa capire che se lui se ne andasse noi potremmo restare e, generosamente, a nostra scelta se con o senza contratto (e vai con un altro reato).

Ambasciator non porta pena: ci troviamo con i coinquilini e io racconto l’esito dell’incontro. Decidiamo che il primo passo sarà quello di lasciare tutti l’appartamento al più presto possibile, nonostante per il contratto vecchio potessimo stare altri due anni. E su questo la padrona non fa una piega, anzi, sembra sollevata quando glielo annunciamo e in soli tre giorni organizza la disdetta del contratto con una scrittura privata.

Nel cuor nostro siamo quasi convinti che la signora abbia perso seimila euro di affitti nei prossimi sei mesi. Ma la nostra è solo un’illusione visto che sicuramente c’è già la fila per accaparrarsi quell’appartamento.

Ecco, questa è la storia accaduta a Torino nel luglio 2016. Abbiamo già deciso di non limitarci a questo articolo e porteremo avanti delle azioni affinché questa discriminazione razziale non passi sotto banco. So che «non affittiamo ai neri» non è cosa rara, se ne è stato scritto tante volte paragonandolo al «non affittiamo ai meridionali» degli anni Cinquanta e Sessanta. Però anche se “si sa”, fa male. Per questo non bisogna fare finta di niente, ma avere il coraggio, senza temere querele, di denunciare pubblicamente chi è convinto che le persone si valutino in base al colore della pelle.