Comunque sia andata Chiara Appendino non ne esce bene, almeno pubblicamente, dopo l’interrogatorio in Procura. Lei, indagata per concorso in peculato sulla vicenda della consulenza da 5000 euro che il suo allora ufficio stampa Luca Pasquaretta ha svolto per l’edizione 2017 del Salone del Libro, ha continuato ad affermare ai magistrati, Enrica Gabetta e Gianfranco Colace, che non ne sapeva nulla. Perchè allora non ne esce bene se ha portato anche, a prova della sua “ignoranza”, una chat di whatsapp tra lei e Luca Pasquaretta in cui chiedeva spiegazioni del non essere stata informata di nulla?

Ne esce male perchè dà l’impressione di essere stata presa in giro, di essere una sindaca che non ha il polso della situazione, che non si accorge addirittura che chi le sta a fianco le ha mentito e agisce alle sue spalle, in combutta con altri.

Se fosse come ha raccontato lei si tratterebbe di una sindaca debole, non certo complice. E se questo venisse confermato da una parte conserverebbe la sua onestà, ma dall’altra si rafforzerebbe l’idea che più volte è stata fatta balenare di un Appendino, almeno per un certo periodo della sua consiliatura, succube dei suoi più stretti collaboratori.

Ma ripercorriamo i fatti. È la primavera del 2017 quando Luca Pasquaretta presenta al servizio giunta la richiesta di autorizzazione per poter svolgere un incarico di consulenza a supporto del presidente della Fondazione del Salone del Libro ottenendo il via libera. Un anno dopo, il 4 maggio 2018, scoppia il caso: Pasquaretta riceve l’avviso di garanzia per peculato e la notizia si diffonde sui giornali. Da lì Appendino avrebbe appreso tutto e scritto in chat al suo capo ufficio stampa per chiedere spiegazioni.

Messaggi in cui la sindaca non nasconde la sua rabbia per non aver saputo quello che stava accadendo e la sua preoccupazione per le ripercussioni politiche visto che il capogruppo Pd Stefano Lo Russo ha chiesto comunicazioni in Sala Rossa.

Una chat che Appendino ha conservato e fornito ai magistrati che valuteranno se è prova sufficiente per far cadere le accuse a suo carico. Anche perchè proprio in quei messaggi Pasquaretta chiede scusa e ammette che la sindaca non ne sapeva nulla e di averne invece parlato solo con il capo del personale Beppe Ferrari anche lui accusato di concorso in peculato.

Insomma, per questo terzo avviso di garanzia, come per gli altri due, c’è più che il beneficio del dubbio. Infatti, già nel caso Ream secondo le carte Appendino sarebbe stato all’oscuro di certe vicende e aveva detto di essersi fidata delle parole date, per non parlare di piazza San Carlo: le colpe secondo la sua linea difensiva sarebbero di altri e non sue. Ciò che è meno incerto è invece il profilo sempre più debole della sindaca.