Dai quotidiani si è appreso che il professor di diritto privato Giuseppe Conte, presidente del consiglio in pectore designato dal nuovo patto d’acciaio inox tra il Movimento sociale Cinque stelle e la Lega italica di Matteo Salvini (in proposito si ricorda che oltre duemila anni fa una Lega Italica sollevatasi contro Roma ne uscì distrutta), è pronto.

Anche se per sua stessa ammissione non ha esperienza di amministrazione della cosa pubblica, il nostro è pronto alla sfida, alla nuova avventura. Il che per effetto transitivo è come se un urologo, gran tagliatore di prostate ispessite, decidesse di operare un paziente a cuore aperto. Ma, in quest’Italia dove tutto è possibile, dove è possibile passare in tempo reale dai banchi di scuola alle cattedre, così come dalla disoccupazione allo scranno di Montecitorio, il minimo che si possa dire è confidare appunto nella sfida, nella nuova avventura, dell’incoraggiamento collettivo, del “stringiamoci a coorte siam pronti alla morte” per il bene del Paese.

Speriamo solo che non serva alcun sacrificio estremo, come accadde invece ad un altro professore di diritto, che divenne tanti anni fa presidente del consiglio, dopo essere stato nominato sottosegretario da Alcide De Gasperi, poi presidente del gruppo parlamentare Dc, ministro di Grazia e giustizia nel governo Segni del 1955, ministro della Pubblica Istruzione, infine presidente del Consiglio, dopo essere diventato segretario della Dc. Il suo nome? Aldo Moro. Erano altri tempi, si dirà, vero. Per esempio, si preferiva dirottare i dilettanti allo sbaraglio ad una trasmissione radiofonica nota come “La corrida” e, tendenzialmente, non si privilegiavano avventure politiche. Stonavano con il dovere, più che il diritto, alla responsabilità verso gli italiani.