Francesco non è certo facile allo scoramento né cedevole di fronte alle difficoltà. Assumendosi il compito di colmare la persistente lacuna tra chiesa presente e concilio Vaticano II, era consapevole che il suo non sarebbe stato un viaggio trionfale. Della chiesa conosceva l’unità di principio e la molteplicità di fatto, per cui sarebbe stato applaudito su un fianco e criticato e vilipeso sull’altro.

E’ ciò che sta accadendo, ma in un crescendo di conflittualità forse inatteso, col risultato che nessun processo riformativo è giunto a conclusione. Conflittualità che ha raggiunto il culmine nella contrastata recezione del documento conclusivo dei due Sinodi su famiglia e matrimonio: Amoris Laetitia. Un testo dalla tormentata elaborazione e contrastata approvazione, tosto bersagliato da critiche e dubbi sulla sua coerenza con l’insegnamento tradizionale sui due temi . Perplessità e dissensi che ebbero come portavoce quattro cardinali, tra cui l’italiano Carlo Caffarra, che il 19 settembre 2016 fecero pervenire al papa una lettera in cui esponevano cinque dubbi, in particolare sul capitolo VIII dell’Amoris Laetitia, che se non la porta, sembrava aprire almeno una finestrella all’accesso dei divorziati risposati all’eucarestia. Le quattro eminenze chiedevano un chiarimento autorevole ed ufficiale. Interpellanza inevasa, al di fuori di un generico invito del papa a rileggere la presentazione del documento fatta a suo tempo dal cardinale di Vienna, Cristoph Schoenborn.

Forse si pensava di chetare così le acque. Tutt’altro! A distanza d’un anno ai cardinali dubbiosi si è aggiunto un cospicuo gruppo di teologi e laici che l’11 agosto scorso ha fatto giungere al papa un’altra lettera di 25 pagine, resa pubblica il 24 settembre scorso, in cui lo si accusa di ben sette eresie. Pur se con “devozione filiale… siamo costretti a rivolgerle una correzione a causa della propagazione di alcune eresie sviluppatesi per mezzo dell’esortazione apostolica Amoris Laetitia e mediante altre parole, atti ed omissioni di Vostra Santità.” Eresie esse pure aventi come epicentro la paventata ammissione dei divorziati risposati alla mensa eucaristica, da sempre loro negata non potendo essere assolti a causa della permanente condizione peccaminosa in cui persistono, dovuta all’interscambio sessuale quasi fossero un coniugio canonicamente valido.

Un’esclusione incomprensibile a secondo millennio dell’era volgare scoccato! Se qualche dubbio l’aveva già manifestato papa Wojtyla, non certo dottrinalmente cedevole, non così Francesco che ha messo per due anni i vescovi al lavoro per trovare una via d’uscita. L’esito è l’Amoris Laetitia. Nessuna sconfessione dottrinale, ma una tenue apertura alla possibilità di ammissione al sacramento fondata su due considerazioni teologiche. 1a- Il conseguimento della piena fedeltà all’insegnamento cristiano è progressivo. E’ ingiusto gravare i credenti di pesi inadeguati allo stadio del loro percorso di fede. 2a- La colpevolezza va rapportata alle condizioni fattuali d’ogni singola persona. E’ inaccettabile una casistica generalizzata valida per tutti. Una solida base teologica per il superamento senza fariseismi d’una dottrina e prassi ormai insostenibili, affossato per non suscitare ribellioni, e affidato, invece, ad una timida e frettolosa nota al paragrafo 351 dell’esortazione e alla disponibilità dei singoli vescovi ad accoglierla e attuarla. Una procedura inusitata, assai prossima all’improvvisazione e alla faciloneria vista la portata della questione. Nessuna meraviglia, quindi, che l’ala più conservatrice della chiesa, vedendo tradite le verità irrinunciabili a cui era stata educata, si sia ribellata..

La situazione determinatasi con tutta probabilità si protrarrà ancora né basterà a riportare serenità la dichiarazione di Francesco che quanto sta scritto nell’Amoris Laetitia è fondato sulla teologia di San Tommaso d’Aquino. A rinnovare la chiesa non bastano né uno schiocco di dita né piccoli occasionali ritocchi a sorpresa. Il conservatorismo non è di modeste frange nostalgiche. Permea un’area diffusa, motivata da una dottrina ritenuta verità non soggetta al tempo e, forse, anche disposta a gesti estremi, come già accaduto con la Fraternità San Pio X, il cui superiore, monsignor Bernard Falley è stato ben accolto, unico vescovo, tra i firmatari del lettera inviata all’eresiarca Francesco. Un avviso ed un ammonimento da parte dei sottoscrittori ortodossi?

Nessun dubbio che sia tempo di liberare il barcone di Pietro dalla melmosa palude dell’eterna verità. Ma trarlo fuori è opera gigantesca. Non basterà un papa consapevole né qualche Sinodo. Dovrà essere opera di tutta la chiesa. Un Vaticano III come pensava il cardinale Carlo Martini?