Ahimè, questo sembra essere il mese delle terribili confessioni. Dopo aver tradito Netflix per SKY (ma solo per Ben!) devo confessarvi che a me La Casa De Papel non è piaciuto.

Forse il mio è un semplice pregiudizio nei confronti delle produzioni spagnole, quindi mi riservo di riguardarlo per dare una valutazione più obiettiva.

Ad oggi posso dire che dal punto di vista del telefilm in sé non mi è piaciuto. Anzi, vi dirò di più. A differenza di molti ho trovato francamente sgradevole il loro usare “Bella Ciao”. Non mi è proprio piaciuta. Ma, così come non siamo tutti un po’ psicologi, non siamo neanche tutti un po’ critici cinematografici. Mi limiterò quindi a raccontarvi quanto mi hanno fatto notare.

Cioè c’è un bel po’ di materiale che può servirci. Andiamo con ordine.

Brevissimamente, la serie narra le vicende di otto persone che vengono contattate da un tizio per compiere quello che si presenta come il colpo del secolo : rapinare la zecca senza rapinarla. Sembra il furto pulito per antonomasia, non rubi i soldi di nessuno, “semplicemente” ne stampi ex novo.

Otto persone reclutate e convinte a seguire questo piano (apparentemente) studiato nei minimi dettagli. Sembra un folie à plusieurs, una follia di molti cioè. Che altro non è la folie à deux, la follia a due o disturbo psicotico condiviso. O meglio, un disturbo delirante (la possibilità di compiere un reato come questo) che un soggetto dominante (il Professore) impone a un’altra persona o nel caso della follia dei molti a più persone (Tokyo, Mosca, Berlino, Nairobi, Rio, Denver, Helsinki e Oslo).

Ma dal momento che non credo che l’idea di poter compiere un crimine senza essere presi possa essere considerata un’idea psichiatricamente delirante terrei buona l’idea della folie à plusieurs ma solo perché parlare in francese fa figo.

Prendiamo però uno dei personaggi, quello che sembra un po’ il classico bello e maledetto. Quello che, ovviamente, ha finito per conquistarmi. Sarà il nome che sceglie che ci ricorda le notti magiche del 2006 quando Fabio Caressa urlava “andiamo a Berlino, Beppe! Andiamo a Berlino!”.

Messo a capo dell’operazione Berlino, al secolo Andrés de Fonollosa, dimostra subito una forte personalità. Si, ma quale?

Berlino si definisce sociopatico. Ma chi è un sociopatico? Cos’è davvero la sociopatia?

È quella che l’ICD – 10 (la classificazione internazionale delle malattie) definisce Disturbo Dissociale di Personalità. Chi ne è affetto è definito sociopatico.

Con la classificazione del DSM, invece, il Disturbo Dissociale di Personalità, lo chiamiamo Disturbo Antisociale di Personalità.

Sembra che sia corretto descriverlo così, Berlino. In fondo, lo troviamo in un contesto antisociale (cosa c’è di più antisociale di una rapina alla zecca di Stato?).

Ma tenderei a dubitare delle etichette auto attribuite. Anche perché così di definisce Berlino. Ma Andrés de Fonollosa come si definirebbe?

Non lo sappiamo e non possiamo neanche dirlo perché noi conosciamo una maschera. Quella che  Andrés de Fonollosa ha deciso di indossare molto prima di quella di Dalì.

Porta con sé un segreto che non vuole condividere con nessuno, ma che come tutti i segreti è destinato a essere scoperto. Forse più che un disturbo di personalità quello di Berlino sembra essere un comportamento, una condotta. Dei tratti. Non mi sembra francamente antisociale. Così come non mi sembra narcisista.

È pieno di sé, ha eccessiva necessità di ammirazione, è arrogante e presuntuoso. Ma c’è sempre il nodo dell’empatia.

I narcisisti non sono empatici. Hanno la tendenza alla manipolazione, non entrano in reale contatto con le emozioni altrui.

Berlino è così? Certo, è aggressivo, violento. Ma non so se sia davvero non empatico.

Io sono sempre dell’idea che ognuno di noi indossi una maschera e che molto spesso sembra più facile mostrarci cattivi, soprattutto quando non si ha più nulla da perdere.

E seppur per tutta la durata della serie lui si mostra come il classico narcisista è il suo gesto finale a tradirlo, è nell’ultimo gesto che sembra davvero gettar via la maschera dello stronzo.

Certo, può sembrare un narcisismo maligno antisociale, quello per cui il narcisista soffre e vuol far soffrire anche gli altri.  Ma voglio concedermi uno scivolamento nell’ottimismo e non vedere tutti come cattivi e ostili.

Voglio vedere Berlino come  una persona debole, spaventata da quello che gli succede e che non riesce a rispondervi in nessun altro modo che mascherandosi dietro questa falsa identità.

Questo credo sia il vero insegnamento de La Casa de Papel.  Provare a prendere atto che tutti indossiamo una maschera. Alcuni la gettano quando è troppo tardi.

Ma non è mai troppo tardi. Delle volte sembra tardi, ma così tardi… che in realtà è ancora presto.