Cosa succede a Mi.To Settembre Musica? Succede che è morto, con buona pace del suo inventore il compianto professor Balmas e degli assessori alla Cultura che nei decenni gli hanno dato lustro e notorietà internazionale, portandolo a diventare indiscutibilmente il più importante Festival di Musica classica del nostro Paese ed uno dei principali del panorama europeo.

Faccio un po’ di cronistoria, in sintesi.

Il Festival musicale Settembre Musica nasce nel 1978 e dopo circa 30 anni, nel 2007, si trasforma diventando MI.TO, con l’ingresso di Milano con una programmazione ben articolata tra le due città. Sono gli allora sindaci Chiamparino e Moratti ad avere, su suggerimento dell’abile Fiorenzo Alfieri, l’idea di unire le forze per costruire un evento musicale internazionale che potesse competere sul piano dell’offerta culturale con i principali festival europei di musica classica.

I denari pubblici investiti sono circa 6 milioni di euro: 3 milioni arrivano dal Comune di Torino e 3 da quello di Milano,  4 milioni provengono da sponsor privati. In totale si lavora con un budget di 10 milioni che consentiva una durata del festival di 22-23 giorni e una programmazione di grandisssimo pregio.

Siamo ancora lontani da festival come quello di Salisburgo (budget da 100 milioni di euro, compreso il festival operistico ) o di Lucerna (budget intorno ai 30 milioni di euro), ma in Europa, da Vienna a Parigi da Berlino a Londra , si parla di MiTo. E moltissimi operatori del settore, giornalisti specializzati, critici e semplici appassionati seguono e apprezzano con crescente interesse il Festival.

Si susseguono edizioni importanti dove, vado a memoria, a fianco della London Simphony Orchestra, dei Wiener, della Chicago Simphony, della Concertgebouw di Amsterdam ospitiamo direttori del calibro di Riccardo Muti, di Lorin Maazel, di Yuri Temirkanov, di Zubin Metha, e ne dimentico di certo di importantissimi. Diventiamo un punto di riferimento internazionale per i focus sulla musica contemporanea, ospitando i più grandi compositori viventi da Luciano Berio a Pierre Boulez, da Luigi Nono a Steve Reich, da Philipe Glass ad Elliott Carter ed Hans Werner Henze.

Inoltre, all’interno del Festival, si potevano apprezzare gli sguardi verso mondi musicali lontani ed ignoti, ma sicuramente interessanti. Per la prima volta in Italia si realizza una rassegna sulla musica di etnie lontane provenienti dall’Himalaya, da Giava, dalla Cambogia, dalla regione indiana del Kerala, dall’Iran, dal Vietnam, dalla Corea e dai territori della tradizione Gitana o da quella dei Pigmei della Repubblica Centrafricana. Ad oggi è da considerarsi ancora l’unica rassegna di musica etnica mai realizzata in Italia.

Il Festival aveva un approccio pedagogico, popolare  e divulgativo allo stesso tempo: tutti ricorderanno la Nona Sinfonia di Beethoven al PalaIsozaki, come si chiamava allora il Palalpitour, con circa 10.000 persone in silenzio ad ascoltare l’Inno alla Gioia, al prezzo di soli 3 euro!

Ma veniamo ad oggi. Dal 2015, non abbiamo più ospitato compositori contemporanei di grande prestigio, la musica etnica è totalmente scomparsa, il Festival ha un budget più che dimezzato e abbiamo una settimana in meno di programmazione.

Il direttore Campogrande, al quale va la mia solidarietà, fa il fuoco con la legna che ha come è evidente. Ma oggi MiTo è diventato davvero poca cosa e le scelte culturali operate sono importanti. Ora si punta sulla danza, quando abbiamo più di un festival di danza in città, sono state cancellate le grandi orchestre internazionali per scarsità di risorse. Se vuoi competere a livello europeo devi prendere Cristiano Ronaldo e non giocatori da centroclassifica. Diversamente ti rassegni a giocare campionati minori, non attrai sponsor, non acquisti prestigio e diventi uno dei tanti festival musicali italiani, che non suscitano l’attenzione del grande pubblico, dei media e degli operatori del settore.

Posso comprendere che sono cambiati i tempi, capisco anche i problemi di budget, ammetto che ci sono sempre “cose più importanti”, ma aver ucciso una creatura così bella e florida è davvero un peccato. L’interesse suscitato negli operatori culturali internazionali dalla nostra città a partire dal 2006 sta via via scemando e la fama costruita in tanti anni si va affievolendo in poco tempo. Lo dicono i dati sui turisti, sui biglietti dei musei e sugli alberghi.

Milano ha altre carte da giocare: è l’unica città veramente europea del nostro Paese, cresce a ritmi tedeschi, investe in cultura e grandi mostre, attrae persone, aziende ed investimenti.

A Torino non succede tutto ciò: noi abbiamo bisogno come l’aria di una dimensione internazionale, a partire dalla cultura, uno dei motori più potenti del rinascimento torinese. Dobbiamo ritornare ad offrire un modello di vita culturale di qualità europea. Non possiamo permetterci di perdere le posizioni conquistate, non abbiamo la grande finanza e le multinazionali che sopperiscono ai gap di attrattività.

Spero che la sindaca Chiara Appendino rifletta su ciò che siamo stati e che non siamo più da qualche anno e ridisegni in fretta una strategia culturale che consenta alla nostra città di tornare a risplendere ed attrarre in tutti i campi.

A partire dal Festival MiTO Settembre Musica.