La questione migratoria è stata in primo piano per tutta la campagna elettorale e per i primi mesi dell’azione di governo. Attualmente è stata accantonata, eclissata dai temi al centro della legge di bilancio – reddito di cittadinanza e flat tax – e relative problematiche, dalla mancanza di coperture finanziarie ai disaccordi con l’UE per lo sforamento del deficit. Ma anche se il sistema mediatico se ne occupa meno, il fenomeno delle migrazioni non è affatto scomparso, anzi rischia di assumere proporzioni enormemente maggiori, a causa dei mutamenti climatici in atto, che iniziano già a far sentire le loro conseguenze e lo faranno ancor più nel prossimo futuro.

Per avere un quadro della situazione abbiamo raccolto il parere di Grammenos Mastrojeni, funzionario del Ministero degli Affari Esteri con delega alla Cooperazione Internazionale e autore del saggio “L’Arca di Noè” (Chiarelettere 2014, € 15,90)

I cambiamenti climatici sono effettivamente in atto e iniziano a far sentire le proprie conseguenze?

Senza dubbio. Si tratta di una tendenza in atto da tempo, che inizia a manifestarsi anche in Europa. Il nostro continente non ha veri e propri confini fisici, ma godeva di una “anomalia”climatica particolarmente favorevole, grazie al benefico influsso dell’anticiclone delle Azzorre, che contribuiva a mitigare fenomeni atmosferici e sbalzi stagionali. Oggi i mutamenti in atto ci portano a subire anche l’influsso degli anticicloni africani, con l’effetto di estremizzare i fenomeni atmosferici e andare incontro a una situazione climatica differente da quella del passato, anche recente.

Possiamo valutare gli effetti di tali mutamenti osservando aree del globo dove sono già più visibili?

Certamente. L’innalzamento delle acque sta già determinando la perdita delle produzioni delle isole, in particolare di quelle di dimensioni più piccole, il cui territorio si riduce progressivamente e presto non sarà più in grado di sostenere gli abitanti. Ma l’innalzamento dei mari ha effetti anche su zone molto più densamente popolate, quelle dei delta dei fiumi, che perdono produttività a causa della progressiva salinizzazione delle falde acquifere, che provoca riduzione delle risorse idriche per il consumo e per le coltivazioni. Senza contare la maggiore violenza e frequenza delle alluvioni. Sulle montagne, il rapido scioglimento dei ghiacciai comporta pesanti ripercussioni sul ciclo delle acque, che non viene più regolato da questi serbatoi naturali di contenimento. Pensiamo all’Himalaya, dai cui ghiacciai scendono alcuni fra i maggiori fiumi dell’Asia, lungo le cui vallate vivono centinaia di milioni di persone che subiranno le conseguenze di un regime fluviale più irregolare, con siccità e fenomeni alluvionali. Inoltre, la mancanza di copertura dei ghiacciai diminuisce il potere riflettente della superficie, che assorbirà più calore, amplificando il fenomeno del surriscaldamento. Un problema analogo si verifica nelle zone sub-polari, dove lo scioglimento dello strato di sottosuolo ghiacciato noto come “permafrost” libera ingenti quantità di metano, un gas che aumenta il cosiddetto “effetto serra” in misura ancor superiore all’anidride carbonica, contribuendo ad aumentare le temperature, in un ciclo che si autoalimenta e accelera in modo esponenziale. Infine, aumenta la fascia soggetta alla desertificazione, che è il fenomeno che ci coinvolge maggiormente, anche se in modo indiretto.

In che modo?

La desertificazione colpisce la fascia sub-sahariana, dalla Nigeria al Corno d’Africa, che non a caso è quella dove si sviluppano i maggiori conflitti e dove si annidano le formazioni terroristiche, da Boko Haram a Al-Shabaab. Nove su dieci dei migranti che approdano in Italia provengono proprio da questa zona martoriata da carestia, conflitti e attentati terroristici. I restanti arrivano spesso dalle zone costiere del Bangladesh, che subiscono le conseguenze dell’innalzamento dei mari di cui si diceva prima. Si calcola che a fine secolo le acque saliranno di quasi due metri, andando a impattare su zone abitate da circa 450 milioni di persone.

Qualcuno però obietta che i migranti in arrivo appaiono robusti e in salute, non sono quelli che muoiono di fame a causa delle carestie …

Questo succede perché solo chi ha un certo reddito può scegliere se intraprendere un viaggio così oneroso. I poveri non hanno questa opportunità e sono costretti a restare in mezzo a guerre e terrorismi. Ma quando il cambio climatico farà sentire ancor più i suoi effetti con desertificazioni e carestie, saranno inevitabilmente molte di più le persone costrette a lasciare i propri territori, finendo preda delle organizzazioni criminali che gestiscono il traffico di esseri umani.

Fin qui le cause e la situazione attuale. Quali rimedi per scongiurare queste prospettive catastrofiche?

Finora abbiamo assistito a una politica tesa ad alzare “muri”. Una soluzione inadeguata, specialmente per l’Italia. Primo, perché cercare di fermare una migrazione di proporzioni sempre crescenti equivale a mettere un coperchio su una pentola in ebollizione, che prima o poi è destinato a saltare. Secondo, perché è probabile che un eventuale “muro” europeo non verrebbe costruito a sud del nostro Paese, bensì a nord, come vediamo già oggi coi respingimenti alle frontiere su tutto l’arco alpino. Inoltre, l’economia italiana è tendenzialmente “estroversa”, ma difficilmente potrà ancora svilupparsi in direzione dell’Europa, un canale ormai saturo. Meglio puntare a un’espansione verso il Sud del mondo.

Attraverso i vostri programmi di cooperazione internazionale?

I nostri interventi puntano anche a prevenire le conseguenze dei mutamenti climatici, a partire dalle carestie. Ogni anno la desertificazione divora un’estensione di terreno pari alla Bulgaria. Questo perché in realtà la pioggia cade in medesima quantità, ma in un tempo più breve. Quindi abbiamo siccità più prolungate e fenomeni violenti che rischiano di dilavare lo strato superficiale di terreno fertile. Noi abbiamo messo in atto un intervento semplice e a bassissimo costo, che prevede lo scavo di fosse a forma di mezzaluna, in grado di trattenere l’acqua che cade in eccesso. In questo modo si crea una riserva che alimenta la vegetazione, la quale a sua volta attutisce l’impatto delle piogge torrenziali, consolida il terreno, moltiplica la biodiversità presente e, in definitiva, aumenta la fertilità del terreno, che può essere coltivato per continuare a dare sussistenza alle popolazioni locali. Questo per esemplificare ciò che facciamo. Nel 2016 l’Italia ha comunicato alla Convenzione Onu per i cambiamenti climatici che i nostri progetti hanno avuto un impatto positivo quantificabile con un controvalore economico stimato a 180 milioni di euro.

In questo modo in effetti li “aiutiamo a casa loro”, ma sarà sufficiente?

Se proseguiamo sulla rotta attuale, i mutamenti climatici faranno sentire le loro conseguenze su un numero sempre più grande di popolazioni. Si calcola che con la tendenza attuale nei prossimi decenni saranno costrette a migrare 300 milioni di persone dai deserti, 500 dalle coste, 800 da aree montane e fluviali, per un totale che supera il miliardo e mezzo di individui potenzialmente in movimento. Anche riducendo la stima della metà, parliamo comunque di 750 milioni di migranti.

Se pensiamo che attualmente Italia e Unione europea sono entrate in crisi per un numero di arrivi che è meno di un millesimo di queste cifre, conviene attivarsi al più presto per contrastare effetto serra, surriscaldamento globale, mutamenti climatici e relative conseguenze sulle popolazioni, prima di dover fronteggiare fenomeni di esodo fuori controllo e relativi conflitti.