No, non siamo brava gente. Siamo quelli il Paese in cui solo pochi mesi fa, il 28 ottobre scorso, a Torino, è stato bruciato vivo un  rumeno. In cui una gang di ragazzi romani under 20 ha pestato a sangue un bengalese e un egiziano. In cui è stato dato fuoco al centro d’accoglienza per migranti di Bagnoli di Sopra, Padova. In cui l’8 ottobre, a Portogruaro, otto ragazzi hanno pestato tre ragazzi richiedenti asilo, di cui uno minorenne.

In cui a Bari, lo stesso giorno, una donna nigeriana di 27 anni è stata spinta giù dall’autobus, faccia sull’asfalto, da un sessantenne italiano, che le avrebbe urlato “tu non puoi stare qui”. Ottobre. Salvini era ancora all’opposizione, se non ricordiamo male. Ed è del 2015, ben prima della “grande invasione” dei richiedenti asilo dalla Libia, un report di Pew Research che ci dice che siamo il Paese più razzista d’Europa, primi in Europa per odio contro i rom, i musulmani e gli ebrei.

Forse dovremmo biasimare noi stessi per non aver capito la malattia che ci stava consumando, e che ancora oggi non comprendiamo, dando ogni colpa al titolare del Viminale, come se fosse lui ad averla scatenata e non invece il più scaltro e spregiudicato dei politici, che la sta cavalcando. Forse dovremmo chiederci perché non abbiamo una legge sull’integrazione, come quella che c’è in Germania.

Forse dovremmo chiederci perché la gestione dei richiedenti asilo, sui territori, funziona così male, perché la grande periferia di questo Paese, la provincia, è stata abbandonata a se stessa in questi anni di crisi, perché non ci sono programmi scolastici adeguatamente finanziati per educare all’integrazione, perché non abbiamo compreso e continuiamo a non comprendere che senza un’azione seria di rammendo del tessuto sociale di questo Paese sarà sempre peggio.

Forse dovremmo cominciare a dirci che la vera emergenza, la vera minaccia all’ordine pubblico, la vera bomba sociale pronta ad esplodere, qui in Italia, siamo proprio noi italiani. Che siamo noi, bianchi e ben vestiti, quelli di cui avere paura.