Da qualche settimana una polemica in gran parte strumentale coinvolge le ONG, le Organizzazioni Non Governative, riguardo alla loro attività di salvataggio dei profughi che tentano la traversata del Mediterraneo con mezzi di fortuna. Un’attività che peraltro procede da anni senza creare problemi, ma che nell’ultimo periodo è finita sotto i riflettori a causa di alcune dichiarazioni improvvide di soggetti che, senza portare alcuna prova tangibile, hanno ipotizzato complicità e collusioni fra le suddette ONG e i trafficanti di uomini che organizzano le partenze.
Per fornire una chiave di lettura della situazione, abbiamo raccolto la testimonianza di Claudio Bertoldo, operatore umanitario del Gruppo di Medici Senza Frontiere (MSF) di Torino, che in qualità di logista ha partecipato alla primissima campagna di salvataggio nel Mediterraneo messa in piedi da questa ONG. Lo abbiamo incontrato in occasione dello spettacolo organizzato, per il secondo anno consecutivo, da docenti e allievi del Liceo Classico e Musicale Cavour di Torino, i quali hanno messo il loro talento e la loro sensibilità a sostegno delle attività di MSF, in una serata particolarmente riuscita sia dal punto di vista artistico che della solidarietà.
«L’esigenza di un intervento nel Mediterraneo – ricorda Bertoldo – è stata individuata dalla sezione MSF dedicata alle emergenze nella seconda metà del 2014, anche a seguito di alcune tragedie di vaste proporzioni che avevano visto la morte di centinaia di profughi. Io venni incaricato di organizzare le attività a terra e, successivamente, di provvedere all’allestimento della prima nave, la Bourbon Argos, noleggiata da MSF per le operazioni di recupero e soccorso in mare. In seguito, abbiamo operato anche con le navi Dignity e Acquarius, ora con la Prudence». Naturalmente, MSF si occupa solo dell’aspetto medico-umanitario, mentre tutto ciò che riguardava la gestione dell’imbarcazione è in carico all’equipaggio fornito dall’armatore, mentre in un caso la collaborazione si è svolta con l’ONG MOAS (Migrant Offshore Aid Station) , che ha fornito supporto con la motonave Phoenix fra maggio e ottobre 2015 e che oggi è fra le più “chiacchierate” a proposito di presunti comportamenti anomali. Ma all’epoca c’erano sentori di atteggiamenti poco chiari?

«Assolutamente no, – prosegue Bertoldo – non abbiamo mai avuto problemi o sospetti riguardo alle nostre attività di soccorso in mare fino alle ultime settimane, quando è esplosa la polemica che dura tuttora pur essendo di fatto basata sul nulla». In effetti, a sollevare la questione sono stati due episodi distinti: il primo è un articolo del Financial Times di fine 2016 che riporta le accuse di Frontex, L’Agenzia europea di guardia di frontiera e costiera, di  “colludere  con i trafficanti di migranti”; il secondo, che è quello che ha fatto esplodere la polemica in Italia, riguarda le dichiarazioni del procuratore capo di Catania Carmelo Zuccaro, secondo il quale “L’intervento immediato delle navi delle Ong rende inutili le indagini sui facilitatori delle organizzazioni criminali“, parole che sono state immediatamente strumentalizzate per indicare le ONG stesse come responsabili dell’afflusso di migranti nel nostro Paese, in combutta coi trafficanti di uomini. Un’azione umanitaria tesa a salvare vite accusata di colpe che sono in realtà dell’UE e dei suoi Stati membri, che con politiche ciniche e miopi relativamente ai temi dell’accoglienza costringono di fatto i richiedenti asilo in fuga a tentare di raggiungere il nostro continente con mezzi pericolosamente fatiscenti, pagando cifre esorbitanti a individui senza scrupoli che speculano impunemente su questa tragedia collettiva.
Ma c’è davvero qualche possibilità che le ONG, magari inconsapevolmente, contribuiscano a acutizzare il fenomeno delle migrazioni attraverso il Mediterraneo, agendo in maniera inadeguata? «È già stato detto molte volte – sottolinea Bertoldo – ma evidentemente giova ribadirlo: le ONG che operano nel Mediterraneo, oggi effettivamente a ridosso delle acque nazionali libiche, si muovono sotto lo stretto controllo della nostra Guardia costiera, che fornisce loro tutte le direttive del caso, dalle coordinate di soccorso al porto dove sbarcare le persone recuperate. Non solo: all’arrivo sulla terraferma, i primi a salire a bordo sono proprio i funzionari e gli ufficiali sanitari del nostro servizio di frontiera, che ispezionano la nave e i profughi per individuare eventuali emergenze sanitarie e relative misure di contenimento. Un compito che, ovviamente, nel caso delle nostre navi, è estremamente facilitato dal fatto che l’aspetto medico-sanitario viene già gestito dalle nostre équipe di bordo, a differenza di ciò che avviene, per esempio, nel caso di sbarchi da parte di mercantili. Solo dopo che queste autorità danno il nulla osta si può procedere con gli sbarchi e con la presa in carico dei profughi da parte delle autorità di polizia, operatori sanitari, protezione civile e così via, in maniera tutto sommato organizzata ed efficiente».
Dunque lo spettro di una “invasione” fuori controllo, agitato strumentalmente da alcuni attori politici, può essere tranquillamente confutato? «Non bisogna dimenticare – conclude Bertoldo – che solo una minima parte delle persone in fuga da guerre, violenze, carestie e povertà approda in Europa, sia attraverso il Mediterraneo che, in precedenza, lungo la cosiddetta “rotta balcanica”. La stragrande maggioranza dei 65 milioni di profughi stimati dall’ONU a livello mondiale resta all’interno del proprio Paese, come ho avuto modo di constatare personalmente durante una missione in Katanga, una provincia secessionista della Repubblica Democratica del Congo dove si respira un clima di conflitto latente con periodiche esplosioni di violenza. Quando le fazioni in lotta arrivano allo scontro armato, i civili si rifugiano nella foresta, non hanno nemmeno l’idea che si possa far rotta verso l’Europa. In questo caso si parla più propriamente di “sfollati”, come da noi ai tempi della Seconda Guerra Mondiale. Ancora, la maggioranza dei fuoriusciti si ferma nei Paesi limitrofi, che infatti sono quelli che accolgono il maggior numero di profughi: Giordania, Pakistan, Iran, Uganda, Ciad. Emblematico in particolare il caso del Libano, che accoglie un milione e mezzo di rifugiati a fronte di quattro milioni e mezzo di abitanti», il tutto su una superficie paragonabile a quella della Città metropolitana di Torino. Come se l’Italia dovesse ospitare venti milioni di migranti, invece degli attuali centomila circa. Insomma, un problema virtualmente gestibile da un Paese come il nostro, che millanta di essere fra le maggiori potenze mondiali. Invece, assistiamo all’ennesimo scontro politico di bassa caratura, alimentato da quelle forze che non perdono occasione per speculare su rabbia e paure per incrementare di qualche decimale la propria percentuale di consenso elettorale.