Si comprende il disagio dei politici sinceramente democratici dinanzi ai rigurgiti fascisti di ieri a Milano, in Piazzale Loreto.

Si comprende la loro difficoltà nel rappresentare la giusta e doverosa indignazione per lo striscione dispiegato da un manipolo di volgari resurrezionisti di una macabra ideologia e del suo interprete principale, a poche decine di metri dalla stele che ricorda il sacrificio dei 15 partigiani, autentici patrioti, fucilati dai fascisti della Repubblica di Salò il 10 agosto del 1944.

Si comprende anche il loro stupore, e qui si riprende quel che ha scritto ieri su La Repubblica Liliana Segre, per «atti che non avrei mai immaginato di vedere: soprattutto avendo vissuto cosa volesse dire essere vittime prima del 25 aprile, quando la democrazia non c’era, e dissidenti e minoranze venivano imprigionati, torturati e anche uccisi».
Ciò che invece si stenta a comprendere è il lessico minimalista rispetto a gesti liberticidi, l’insistere sul superamento di “certi limiti”.

No, quando si aggredisce il 25 Aprile non esiste una gradazione dell’offesa. Esiste soltanto una rimozione volontaria della gravità di certe condotte e della loro simbologia che si crede di poter ridurre a sterile, goffa e caricaturale quanto innocua rappresentazione del passato.

Ma non è così, se il passato non è bonificato dalla storia e dalla presa di coscienza che contro la “banalità del male” la tolleranza è sempre complice