È vero, Beirut non è così vicina. Sarà più o meno a 1500 chilometri dalle coste italiane. Ma anche se è chiusa in uno specchio d’acqua che va da Cipro alla Turchia, se c’è la Grecia che può creare una barriera, la capitale libanese si affaccia sul Mediterraneo che rimane un mare chiuso.

Così i liquami, che dalle discariche infernali sulle spiagge di Beirut si riversano in acqua, riguardano anche noi. Riguardano i pesci che mangiamo. In una situazione così drammatica, dove si accumula inquinamento a inquinamento, dove lo spazio è ridotto al minimo, dove le case si ammassano l’una all’altra, e i cittadini condividono degrado e sporcizia, c’è bisogno di agire in fretta. Creare una “diga” per quei torrenti di percolato, contenere l’immondizia in un’area definita, e poi, sì: bruciare.

Ci vorranno anni, almeno cinque, per mettere un inceneritore in funzione, ma è l’unica soluzione per tentare di ridurre quella montagna di schifezza. Per ridare un po’ di dignità a quell’area. Per non lasciarla a se stessa e a un pericolo sempre incombente per i prossimi secoli. L’alternativa è l’abbandono. E anche questo ci riguarda, se pensiamo alle popolazioni in fuga da aree morenti, da ogni punto di vista, economico, sociale, ambientale, o, certo, della sicurezza. Ma come? Suggerire un inceneritore, o termovalorizzatore nel linguaggio più aggiornato, proprio mentre in Italia c’è una battaglia su quelli ancora attivi? Mentre il Movimento cinque stelle sta mostrando i denti all’alleato leghista per la chiusura degli impianti, considerati tutti, una quarantina, diffusori di diossine e inquinanti vari nell’aria, responsabili di malattie per i residenti? Sembra un po’ come proporre una centrale nucleare dopo Chernobyl.

Ma il fatto è che, così come continuiamo ad essere divoratori di energia, continuiamo ad essere superproduttori di rifiuti, circa 30 milioni di tonnellate l’anno quelli urbani in Italia. Non è facile fare a meno di questi impianti, anche se vintage come un telefono a gettoni, come dice Di Maio. In vista di una nuova rivoluzione produttiva ancora da venire, che crea beni di consumo e materiali considerandone anche facilità e costi di smaltimento, gli obiettivi Ue ci chiedono l’ 80% di raccolta differenziata entro il 2030, in modo da poterne riciclare il 65%. Si calcola però che circa 6 milioni di tonnellate di rifiuti dovranno essere bruciate anche nei prossimi decenni.

E allora se non vogliamo tornare ad interrare, con la fame di spazio che c’è in Italia, è forse meglio mettere la ricerca e la tecnologia al servizio di questi “forni”, rendendoli ancora meno inquinanti. E parallelamente avviare una rete capillare di sentinelle sul territorio per impedire roghi e abbandoni, al Sud, come al Nord. Perchè il controllo del territorio è un’altra priorità. Non siamo in America. E’ troppo poca la terra che ci circonda per trasformarla in un immondezzaio, che poi, rischiamo di trovarci in tavola, come la melma di Beirut.