Se qualcuno non si fosse preso la briga di inoltrarlo a tutti i suoi contatti WhatsApp probabilmente in pochi avrebbero letto un articolo apparso sull’edizione domenicale de Il Fatto Quotidiano in cui le vicende congressuali del Partito Democratico piemontese vengono ricondotte dall’autore ad “una questione privata” di quella che viene indicata come “ditta Laus-Gallo”.

Non entriamo nel poco appassionante dibattito interno al Pd, figuriamoci se entriamo nel merito di un articolo di un altro giornale. D’altronde in questa rubrica ci occupiamo di social. Per questo ci ha colpito un sibillino post pubblicato su Facebook da Paolo Furia: «Dicono che al gioco del trono o vinci o muori. Cosa ne pensate?».

I suoi amici, forse più ingenui, gli rispondono a tema, pensando si riferisca alla celebre serie tv “Trono di spade”. Quelli più scafati capiscono l’antifona ma, da una parte lo scaltro Andrea Benedino, militante e dirigente di lungo corso prima dei Ds poi del Pd tra Torino ed Ivrea, rimane sul tema ed insinua «Perché, starai mica pensando di volerti sedere sul trono di spade?» dall’altro il diretto e pragmatico consigliere regionale dem Andrea Appiano capisce l’antifona e domanda retoricamente «Prove tecniche di congresso???».

Perché probabilmente entrambi hanno letto bene la pagina del “Fatto” e a loro non è sfuggito che, se da un lato, si enfatizzano le “colpe dei padri” con tanto di antico vizio, condiviso da pezzi della sinistra torinese, di perseguire un pregiudizio contro i meridionali impegnati nella politica locale (“lucano d’origine” può essere considerato un demerito ancora oggi?), dall’altro si indica, in un secondo articolo di taglio basso, proprio Paolo Furia, segretario provinciale e consigliere comunale a Biella, come l’emergente del Partito Democratico piemontese. In virtù di “un pedigree politico di famiglia e tutto di sinistra”.

Noi non siamo in grado di rispondere alla domanda postata su Facebook dal giovane rampollo dell’aristocrazia rossa biellese.

Non sappiamo se partecipare al gioco del trono sia pericoloso o meno. L’unica cosa che sappiamo è che il Partito Democratico, se vuole ripartire, deve smetterla di occuparsi di poltrone e troni, di corti e cortigiani, di spade e coltelli,  lunghi o meno che siano, di scettri e corone che ormai stanno perdendo valore e significato, e provare a rimettersi in sintonia con il proprio popolo.

Magari ripartendo da qualche straccio di idea, da qualche pezzetto di ideale, da qualcosa che assomigli ad un’identità.