Invocato in moltissime occasioni, dai partiti e dalla cittadinanza, il taglio dei vitalizi è abbastanza per ricostruire la fiducia dei cittadini nel Parlamento e nella politica?

Nella seconda settimana di luglio la Camera voterà la delibera di ricalcolo dei vitalizi proposta dal Presidente Roberto Fico.

L’idea, simile a quella della proposta di legge Richetti della scorsa legislatura, è quella di ricalcolare i vitalizi percepiti dagli ex parlamentari. In tutto si tratta di 1.405 vitalizi, di cui 1.338 subiranno un ricalcolo, con un ricavo stimato di 40 milioni.
È stata invocata in moltissime occasioni, dai partiti e dalla cittadinanza, come una rivendicazione fondamentale, ma è davvero così irrinunciabile come sembra? Quanto ci cambierà la vita?
Innanzitutto bisogna dire che con l’eventuale cifra ricavata da questa operazione di tagli si potrà fare ben poco.

Per darvi un’idea: il bonus cultura per i 18enni costa allo Stato 200 milioni, il reddito di inclusione 1.7 miliardi, il reddito di cittadinanza fra i 15 (stima Movimento Cinque Stelle) e i 38 miliardi (stima INPS). I 40 milioni derivanti dal taglio dei vitalizi non sarebbero quindi sufficienti a realizzare nessuna manovra redistributiva rilevante.
Ma allora che senso ha il taglio dei vitalizi?
Appare chiaro che siamo di fronte ad un’azione dal valore più che altro dimostrativo, fortemente simbolico, reso evidente dall’interesse diffuso che ha destato fra quasi tutte le forze politiche e presso l’opinione pubblica.
Perché non è stato fatto finora?
Tecnicamente il nostro ordinamento giuridico ci dice che non si possono fare leggi con effetto retroattivo che incidano negativamente sui diritti acquisiti. Questo principio è importantissimo al fine di tutelare i diritti dei cittadini e di permettere alla società di andare avanti modificando l’esistente, ma senza cancellare qualcosa che si è riusciti ad ottenere con il rischio di peggiorare le nostre condizioni di vita. In questo senso i vitalizi sono sempre stati interpretati come diritti acquisiti e il dubbio che la Corte costituzionale possa eventualmente rigettarne modifica o annullamento è del tutto legittimo.
La modifica dei vitalizi è quindi in realtà una manovra piuttosto debole sia dal punto di vista dell’impatto sulla finanza pubblica, sia dal punto di vista giuridico.
Allora perché bisogna farla?
Perché i vitalizi, nel quadro economico e sociale italiano che ha fortemente risentito della crisi, soprattutto negli ultimi 20 anni, sono diventati per moltissimi italiani privilegi e non diritti.
In questo senso pertanto appare comprensibile la richiesta di un intervento riequilibrativo e risulta anche condivisibile la scelta di farsene carico.
È quindi giusto modificare i vitalizi, ciò che non è giusto è alimentare il clima di odio sociale che fomenta i peggiori istinti del popolo nei confronti del simbolo della nostra Repubblica, ovvero il Parlamento.
Una forza politica e di governo che abbia davvero a cuore il bene del Paese dovrebbe unire al riequilibrio dei vitalizi una reintroduzione del finanziamento pubblico ai partiti che garantisca a tutti i candidati alle elezioni politiche di correre nelle stesse condizioni e una legge sui partiti che dica una volta per tutte come ci si deve comportare per diventare rappresentanti del popolo (ovvero criteri di trasparenza, corretta amministrazione e sincerità nei confronti degli elettori).