Il 2 marzo del 1983 scoppiò a Torino lo scandalo Zampini, una storia di tangenti nel cuore dell’amministrazione comunale retta da una giunta Pci e Psi, una giunta “rossa”.
A denunciarlo fu l’allora sindaco Diego Novelli, personaggio stimato e amato ancor oggi in città, considerato all’epoca con grande affettività dalla maggioranza dei torinesi una sorta di don Bosco laico.
La denuncia mise in moto un cataclisma politico di inimmaginabili proporzioni e, nei fatti, facilitò l’inizio di un contagioso e duraturo astio tra i comunisti e socialisti guidati da Craxi che dal piano locale si trasferì su scala nazionale. Ma Diego Novelli non ne ebbe timore. E a chi gli rimproverò quel gesto di onestà  estrema, rifiutando ogni forma di mediazione politica, in una riunione della Direzione nazionale del Pci nella mitica sede di Botteghe Oscure, replicò perentorio: “quando morirò, sarò ricordato con una via nella mia città, voi?”.
Altri tempi? No, semplicemente altri sindaci se paragonati al silenzio di nostra Signora Appendino, convitato di pietra a Palazzo Civico, mentre si rincorrono le voci più disparate sul suo Legame con il collezionista di Lego, Luca Pasquaretta, accusato di estorsione nei suoi confronti.
Il silenzio è d’oro, com’è noto, ma potrebbe trasformarsi – cosa più probabile del suo contrario, sempre che non si possieda la pietra filosofale – in piombo. E la sindaca Appendino dovrebbe sapere che il piombo trascina a fondo chiunque gli si leghi.