La sensazione a chi legge gli atti dell’inchiesta sui conti del Salone del Libro è di trovarsi davanti a due linee parallele. Da un lato la procura di Torino che, con il pm Gianfranco Colace, accusa l’ex presidente della Fondazione Rolando Picchioni di peculato, dall’altro Picchioni stesso che rimanda tutte le accusa al mittente giustificando il suo operato come “normale amministrazione”. In mezzo conti per decine di migliaia di euro, tutti spesi in ristoranti, pasticcerie, negozi di lusso e viaggi di rappresentanza.

Un vaso di Pandora che per anni Picchioni ha tenuto ben chiuso, tanto che molto spesso nemmeno i responsabili amministrativi della Fondazione sapevano come e perché spendesse i soldi. Anzi a Picchioni era intestata un carta di credito con un plafond di 10 mila euro mensili e anche per le altre uscite dal conto al presidente non veniva chiesto nessun giustificativo di spesa. Una cuccagna durata dal 2010 al 2015, quando si inizia a intuire che qualcosa non va nei conti del Salone, il cui bilancio pubblicato sul sito della Fondazione non coincide con quello dato alle Istituzioni, e il nome di Picchioni viene iscritto nel registro degli indagati. Contemporaneamente la nuova gestione di Giovanna Mirella porta con sé una spending review che annulla completamente le spese folli degli anni precedenti.

Ma in cosa consisterebbero quelle che per Picchioni non sono altro che normali movimenti di cassa per l’amministrazione della Fondazione? Secondo gli inquirenti pranzi trimalchionici in ristoranti lusso, dal Solferino al Vintage fino a Urbani. Oppure, un aperitivo da Gerla e una pizza da “Amici Miei”. Lunghe tavolate a cui offriva tutto il presidente strisciando la sua carta. Tra le spese la procura ha annotato anche torte da duemila euro l’una, per oltre 70 chili di peso, che Picchioni spiega come tradizione da offrire a tutti gli addetti ai lavori per festeggiare la riuscita della kermesse.

E poi le boutique: felpe da 400 euro, cravatte personalizzate, foulard di seta. Non uno, non pochi, ma stock interi. In un solo giorno avrebbe acquistato cento foulard per una spesa di oltre 5700 euro. Poi regali di Natale e Pasqua per 70 mila euro, tra cui più di seimila euro l’anno di cioccolatini da Stratta, Gerla e Gobino. Infine, viaggi di rappresentanza, affitti di box e garage. Ma per Picchioni tutto è normale: «bisognava trattare bene gli ospiti del Salone».