All’angolo tra corso Svizzera e corso Appio Claudio, il passante può imbattersi in quello che facilmente scambierà, ad una prima occhiata, per un giardino. Un praticello verde riparato da alberi che paiono proteggerlo dal traffico che scorre poco distante, all’ombra di un muro di mattoni rossi a punta a cui manca il tetto, come una piccola piramide.

Per chi abita da quelle parti, il giardino è noto familiarmente come “Il Martinetto”. Dietro l’apparente serenità che pare permeare tutto il luogo, tuttavia, si nasconde un passato tristemente noto.
Il poligono di tiro
Il Martinetto nasce nel 1883, con la funzione di poligono di tiro per la Società del Tiro a Segno Nazionale. A quei tempi, la zona è decisamente periferica, immersa nei campi. Il poligono è di grandi dimensioni: 400 metri di lunghezza e 120 metri di larghezza.

Fino al 1934 è utilizzato a fini sportivi, per poi essere avocato dallo Stato. In seguito all’armistizio dell’8 settembre 1943, cambia la destinazione d’uso del poligono: le milizie dell’RSI lo eleggono a luogo deputato alle fucilazioni di partigiani, di oppositori politici e di semplici civili catturati durante le rappresaglie.
Inizia la sua pagina più nera.

Le esecuzioni

Tra l’8 settembre e l’aprile del 1945, almeno 60 persone (il numero delle vittime è presumibilmente maggiore) vengono fucilate al Martinetto. Il macabro iter è sempre lo stesso: i prigionieri partono dal carcere Le Nuove e vengono portati direttamente al poligono, dove li attende un sacerdote.
Legati a delle sedie di legno, spalle al plotone, aspettano la lettura della sentenza di condanna e il successivo ordine di fucileria.
Ancora oggi, in una teca, sono conservati i resti di alcune delle sedie usate durante le fucilazioni.

La memoria

I nomi delle persone trucidate vengono incisi su una lastra di marmo, che viene posta l’8 luglio 1945 all’interno del complesso.

Il giorno della cerimonia è presente il presidente del CLN regionale, Franco Antonicelli, che dirà: “Le generazioni nostre hanno creduto a lungo che l’età dei martirii fosse conclusa per sempre nella nostra storia e nella storia civile del mondo. Invece, col dramma della libertà, si è riaperta la serie dei grandi olocausti e delle solenni testimonianze. E così abbiamo compreso che per la nostra esperienza di uomini tutto va riedificato: l’amore e il dolore, la colpa e il riscatto, l’infamia e la purezza, l’arco di trionfo e il Martinetto”.

Tra i nomi delle vittime il generale Giuseppe Perotti, fucilato come partigiano e a cui è dedicata l’omonima piazza a pochi metri dal Martinetto. Le sue ultime parole, davanti al plotone, furono: “Signori Ufficiali, attenti: Viva l’Italia!”.

Un brivido attraversa la schiena alla lettura dei nomi e dei mestieri esercitati dai condannati. Si trova di tutto: studenti, meccanici, contadini, elettricisti, persino un mosaicista e un pasticcere.
A guerra finita, nel 1951, il poligono viene smantellato definitivamente e chiuso.

Una curiosità: gli autori della strage di Villarbasse, fucilati nel 1947, per non intaccare la sacralità e la memoria del Martinetto andarono incontro al loro destino alle Basse di Stura, nonostante il poligono di corso Svizzera fosse ancora formalmente in attività.
Nel 1967 l’ormai ex campo da tiro viene circondato da un giardinetto, che prende il posto della vecchia struttura, ormai demolita e che ha lasciato il posto a nuovi palazzi. Il Martinetto diventa un sacrario di interesse nazionale: ancora oggi è sede di periodiche cerimonie in ricordo delle persone che vi persero la vita, durante quei giorni terribili.
E così capita sovente di vedere scolaresche in religioso silenzio ascoltare le testimonianze giunte fino a noi tramite le lettere scritte dai condannati durante le ultime ore, al tempo in cui il silenzio del Martinetto era rotto dai sinistri sibili di proiettili mortali.